Se mi dicessero che posso scrivere un libro in cui mi sarà dato di dimostrare per vero il mio punto di vista su tutti i problemi sociali, non perderei un’ora per un’opera del genere. Ma se mi dicessero che quello che scrivo sarà letto tra vent’anni da quelli che ora sono bambini, e che essi rideranno, piangeranno e s’innamoreranno della vita sulle mie pagine, allora dedicherei a quest’opera tutte le mie forze. (L.Tolstoj, Lettere)

Verremo giudicati per quanto amore abbiamo dato o per quanti like abbiamo ottenuto?

Forse più che felicità dagli oggetti noi vogliamo attenzione e fedeltà dalle persone. Quella attenzione e fedeltà che fa felici i bambini che aspettano i loro padri per giocare.

Gli uomini non corteggiano più le donne. Diventiamo cinici: non ne vale la pena, tanto poi finisce. Eppure non c’è gioco più bello dell’amore. Non comincia tutto con un gioco di sguardi per diventare poi un gioco di anime? Però non ci riesce più di stare al gioco.

Allora ecco che si sostituisce tutto con altri giochi. Prima c’è il grande gioco di ruolo globale: Facebook o/e whatsapp. Un gioco in cui uno fa la parte di se stesso, indossa la maschera di sé, grazie a foto in cui è più bello di come appare nella realtà e scrive frasi più intelligenti di quelle che pronuncia nella realtà. Appartiene alla categoria di giochi in cui impersoniamo qualcun altro. Da bambini diventavamo il dottore, il supereroe, la maestra, la mamma, il pompiere, il soldato…per alcuni persino il cane. Oggi diventiamo il profilo di Facebook. 
Poi c’è 2048. Abbiamo i numeri e i numeri dimorano, crescono e maturano nei multipli e nelle somme. Quando ci avviciniamo alla fatidica cifra, tutti i numeri brillano come pepite in una miniera. E poi, poche settimane, finisce subito anche quello e parte una nuova moda, un nuovo gioco.
E poi c’è il gioco del calcio: l’agon, la battaglia. La vita è lotta e il calcio oggi ne è la sublimazione più comoda e spettacolare. Sembra che nella vita l'unica aspirazione possibile sia il calcio, e se non giochi a calcio sei uno 0. 
Poi c'è il divano di casa, e tutto sommato si lotta bene. Un agone senza agonia, a tutte le ore del giorno. Che cosa c’è di meglio di lottare senza sudare ma provando le stesse emozioni? (anche il calcio si gioca seduti).
Da ultimo ci sono i giochi della vertigine: quelli che piacciono ai giovani, quelli che portano a perdersi per ricordarsi che nella vita non vorremmo avere regole, infrangendo persino quelle assolute. Ogni sballo che sfida la ragione e l’istinto di conservazione: dal bungee jumping a chi beve più birre. Giochi che possono portare a giocare la vita, fino a perderla.
L’amore è il gioco dei giochi. Il gioiello più fragile e prezioso della vita, che per indossarlo infatti incastoniamo giorno per giorno nell’oro dei riti. Eppure sembra che il galateo dei sentimenti stia sparendo. Non sappiamo più giocare come si deve. Non sappiamo più arrossire, corteggiare, sfiorare, cercare parole, ricordare un anniversario e fare una sorpresa. Compriamo subito, afferriamo subito, dimentichiamo subito. 
Oggi il vero amico è il cellulare, la vera relazione è con il cellulare il vero sguardo è al cellulare. Eh si, questo video qui sotto, intitolato “Date amore, non i Like” è una brillante poesia sulla solitudine, e sull’isolamento e la freddezza dell’uomo. Una poesia sulla "generazione smartphone e tablet", o come la chiama il protagonista del video, una "generazione d’idioti, con telefonini intelligenti e persone stupide".

Ecco il video, da vedere! E' molto istruttivo:




Date amore non i Like : Il testo.
«Ho 422 amici, eppure sono solo! Parlo con loro ogni giorno, ma nessuno mi conosce veramente», esordisce Gary Turk nel filmato di cinque minuti. Il giovane scrittore e regista londinese ci invita a spegnere lo smartphone, ad alzare il capo, ad uscire dai social network. In sostanza: ad iniziare a dare amore alle persone, non solo like. Già, perché «lo strumento che non chiamiamo “social” è tutt’altra cosa se da una parte apriamo i nostri computer e dall’altra chiudiamo le nostre porte». Le parole in rima di Turk fanno pensare. Nel frattempo, infatti, molti vivono «in funzione dei propri interessi», in «un mondo di immagine e auto rappresentazione nel quale mostriamo il nostro lato migliore, ma non le nostre emozioni».

La buona notizia: c’è ancora speranza.
Anche noi, come i protagonisti del filmato, possiamo uscire dall’isolamento digitale. In che modo? Semplicemente alzando lo sguardo dagli schermi del nostro smartphone. Tuttavia, «se siamo troppo occupati a guardare in basso, non potremmo mai riconoscere le opportunità che abbiamo». Il video tocca chiaramente un nervo scoperto e polarizza gli utenti di Internet. 

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