Se mi dicessero che posso scrivere un libro in cui mi sarà dato di dimostrare per vero il mio punto di vista su tutti i problemi sociali, non perderei un’ora per un’opera del genere. Ma se mi dicessero che quello che scrivo sarà letto tra vent’anni da quelli che ora sono bambini, e che essi rideranno, piangeranno e s’innamoreranno della vita sulle mie pagine, allora dedicherei a quest’opera tutte le mie forze. (L.Tolstoj, Lettere)

Gioia e tristezza stanno bene insieme

So già che qualcuno leggendo questo post mi prenderà in giro dicendo: "il solito articolo di stampo pedagogico sui giovani e sul senso della vita". Vero, ci siamo.
infatti proprio ieri finalmente ho visto Inside Out (si vede che non mi occupo più di formazione con adolescenti, lo avrei visto immediatamente in quel caso).
Beh, non avrei in realtà molto da dire oltre al fatto che l'ho trovato geniale, la considero un’opera di immenso impatto emotivo e visivo.
Mi ha incantato. Mi ha insegnato a riconoscere e ad accettare i sentimenti, abbattendo gli stereotipi della società.

La storia la conoscete tutti (mancavo solo io): nel film, la giovane Riley ha undici anni con una vita felice e direi che è praticamente una vita perfetta. Ha un' amica del cuore, fa sport, ha molti passatempi e due genitori che la riempiono di amore e allegria (tra l'altro c'è un forte senso della famiglia.). Lei cresce accompagnata dai cinque curiosi e ormai straconosciuti personaggi: Gioia, Tristezza, Paura, Rabbia e Disgusto.

Quello che accade dentro il suo cervello è strepitoso, infatti, in un tecnologico quartier generale, sono presenti le cinque emozioni che aiutano la ragazza a crescere, formarsi, organizzare e creare ricordi, gestire gli eventi principali della propria vita. Soprattutto, la aiutano a vivere a pieno le emozioni, ognuno di loro a seconda delle proprie disposizioni e capacità.
La vera protagonista è Gioia, l'eterna ottimista che fa di tutto affinché Riley viva una vita nel segno del sorriso e della felicità perenne. Le cinque emozioni però, non sanno che per la famiglia di Riley è alle porte un trasferimento dal Minnesota a San Francisco, e con esso il dover salutare la propria amica, l’arrivo in una nuova casa, l’esordio in una nuova scuola… Insomma tutto quello che può sconvolgere la vita di un’adolescente. Cambiano quindi molti parametri. La diatriba tra Gioia e Tristezza (il personaggio più divertente a mio avviso) su come affrontare questi cambiamenti porta a conseguenze disastrose.

Mi sembra che in questa ultima creazione della Pixar c'è una descrizione dell’intero processo di formazione dell’uomo, prendendo spunto da quello che rappresenta il passaggio più delicato della vita: l’adolescenza.


Riley ha vissuto i suoi primi undici anni di vita con spensieratezza, com’è giusto che sia. L’adolescenza tuttavia è alle porte, quella sottile linea che separa l’essere bambino dall’essere qualcosa di diverso, dall’essere quasi adulto, deve essere percorsa. Nessuno però ci prepara a farlo, nessuno ci dà un libretto di istruzioni o una mappa.

L’impreparazione rappresenta il più grosso ostacolo tanto per Riley quanto per le sue emozioni. In particolare Gioia, leder indiscusso della testa della ragazza, prosegue il suo lavoro forte della propria filosofia di vita: la vita deve essere perfetta, sempre gioiosa, sempre felice. Per attuarla, cerca di prendere il controllo totale del quartier generale, rinchiude Tristezza in un cerchio immaginario per far sì che non contamini Riley.

Il suo comportamento però, che colgo essere l’autoimposizione di una condizione di felicità assoluta,
porta a conseguenze disastrose. Ed è da qui che ha inizio il racconto di formazione, da qui inizia il viaggio di Gioia che, prosegue il suo cammino accecata dalle proprie convinzioni che non le danno la possibilità di vedere ed apprezzare la sua eterna compagna di viaggio, Tristezza. Allo stesso tempo, Riley inizia il suo viaggio nella vita reale: il trasloco, la perdita degli amici e l’abbandono della squadra di hockey sono parte di quel cambiamento che rifiuta incondizionatamente, arrivando a mettere in discussione persino i propri genitori.

I due viaggi non sono messi quindi in contrapposizione, bensì in parallelo: il percorso di crescita che Riley compie nel mondo esterno è legato indissolubilmente al percorso che le sue emozioni, e dunque lei stessa, compiono nel subconscio, alla scoperta di sé.

L’esito positivo di questo doppio viaggio, passa inevitabilmente per l’accettazione: accettazione di Riley del cambiamento, e quindi della crescita, e accettazione di Gioia e Tristezza del loro vero ruolo.

In questo passaggio sta la straordinaria morale del film: la consapevolezza che il cambiamento non solo è inevitabile ma è soprattutto necessario e deve portare con sé la consapevolezza che le emozioni non sono assolute e pure, ma sono sfumate, mescolate e complesse, e solo accettandole in questa forma si è in grado di governarle e di non diventarne vittime.

Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza è rappresentato dal passaggio da emozioni semplici ad altre sempre più articolate, in cui i sentimenti non sono più sconnessi dai loro opposti.

Con un crescendo continuo di pathos e divertimento il film abbatte un intoccabile stereotipo hollywoodiano e della società contemporanea, quello della vita perfetta all’insegna del sorriso sempre gioioso e della riuscita di qualsivoglia intento, chiudendo con un messaggio dalla forza disarmante: crescere significa comprendere che nella vita i piani e le relazioni muteranno e si complicheranno, crescere significa comprendere che nella vita non c’è Gioia senza Tristezza.

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