Se mi dicessero che posso scrivere un libro in cui mi sarà dato di dimostrare per vero il mio punto di vista su tutti i problemi sociali, non perderei un’ora per un’opera del genere. Ma se mi dicessero che quello che scrivo sarà letto tra vent’anni da quelli che ora sono bambini, e che essi rideranno, piangeranno e s’innamoreranno della vita sulle mie pagine, allora dedicherei a quest’opera tutte le mie forze. (L.Tolstoj, Lettere)

Tredici: la serie tv di Netflix che spopola tra i giovani

La serie tv «Thirteen reasons why» (in Italia "Tredici") racconta la storia 
di una 17enne suicida che lascia tredici audiocassette 
per spiegare le ragioni del suo gesto.
Ho sentito nelle ultime settimane tanti ragazzi parlare di Thirteen reasons why: titolo di una fortunata serie televisiva che spopola tra loro. A poche ore dopo il suo arrivo nel nostro Paese su Netflix era già un fenomeno di culto. Incuriosito e allo stesso tempo interessato a capire in che tipo di storia i ragazzi si raccontano, mi sono deciso a vedere le puntate anch' io.

Una ragazza si suicida, ha 17 anni, ma prima di mettere in atto il suo gesto estremo, incide 13 audiocassette (si, proprio audiocassette, quelle di una volta: per renderle accessibili il meno possibile), dedicate ciascuna alle tredici ragioni che l’hanno portata a compiere questo gesto, ogni ragione corrisponde all’amico o amica, a cui è dedicato quel nastro. Così a poco a poco emerge la verità di una storia di violenza verbale e fisica, ampliata anche da chi si riteneva innocente.

"Drammatico!" direte. Si, è drammatico. È un racconto tanto drammatico quanto delicato, vista la storia. L'epopea adolescenziale di Tredici è una straziante riflessione sul disagio giovanile, senza retorica e senza alcuna scappatoia morale. Solo dopo averlo visto ho scoperto che su Facebook giravano petizioni con la richiesta di firme affinché la serie venisse trasmessa obbligatoriamente nelle scuole. Come se potesse insegnare qualcosa.

In effetti, l’epopea adolescenziale di Tredici è attraversata da questa dolorosa consapevolezza: la morte della bella e dolce Hannah, essendo già trascorsa, è un fatto ineluttabile. Alcuni dei suo amici non potendo più salvarla vivono di rimpianti che servono soltanto a favorire un processo di auto-coscienza. Nei suoi tredici episodi, così densi ed estenuanti, la serie crea un percorso di avvicinamento lento alla strage, come un treno lanciato a velocità crescente verso il precipizio, ma che nessuno, pur conoscendo la meta, è in grado di fermare. Ma capiamoci: nessuno degli amici (quelli veri) di Hannah è veramente “cattivo”. Nella serie non c’è uno sguardo manicheo sulla realtà adolescenziale; al contrario, ognuno ha sfumature inaspettate che oscillano tra l’egoismo e il senso di colpa...
Il punto chiave della serie secondo me, che marca un evidente crisi del ruolo genitoriale oggi è una profonda separazione tra la sfera degli adolescenti e quella degli adulti, laddove quest’ultima si dimostra incapace di comprendere la prima, di calarsi nella sua prospettiva. "...L’assordante assenza è quella degli adulti, distantissimi anche se vicini, a volte incapaci di ascolto o di capire come ascoltare (la famiglia del protagonista deve formulare il proposito di fare almeno un pasto insieme dopo tre settimane…), a volte incapaci loro stessi di essere adulti" (A. D'Avenia). 
Gli adulti, infatti, esclusi dalla vicenda, vedono soltanto ciò che desiderano vedere, ovvero la maschera dietro cui si nascondono i loro figli, vedendo in loro sempre e solo la superficie; oppure
s’illudono di poterne risolvere i problemi con un pragmatismo fatto di programmi da seguire e psicologi da consultare. Non esiste un dialogo vero. I genitori e i grandi se ne escono sempre con un generico: "se hai problemi parliamone, intesi?" ma poi non si affronta mai un discorso a fondo, perchè sotto sotto per loro i figli non hanno problemi (o fanno finta che non ne abbiano per paura). E i  giovani protagonisti reagiscono sempre con una certa freddezza ma più volte manifestano (con un dialogo interiore di una voce fuori campo) il desiderio che l'adulto non si fermi lì, ma cerchi di fare un passo in avanti per entrare di più nel suo mondo. Tutti gli adolescenti ci mettono alla prova: alcune questioni possono essere affrontate soltanto fra adolescenti, secondo le regole implicite del loro universo, ma poi in un modo mai esplicitato, chiedono aiuto. Questo nella serie è evidentissimo! 

13 Reasons Why mette in scena un ulteriore problema molto attuale, molto vero: chi di noi non ha mai sentito parlare di bullismo a scuola, o magari in piccola parte ne è stato oggetto! Subentra l’importanza del pensiero collettivo in età puberale, dove la verità personale passa in secondo piano rispetto all’opinione comune. E la maggioranza si abbassa alla cultura dominante, venata di sessismo e ipocrisia. Hannah è tradita dagli amici, perseguitata dai pettegolezzi, testimone dello stupro di una sua compagna! Hannah non è in grado di opporsi quando la star del football che già aveva violentato la sua amica Jessica, la costringe a un rapporto sessuale che la lascia inerte, catatonica, insensibile, come un guscio vuoto. È quello il momento in cui la sua luce si spegne definitivamente: Hannah smette di opporsi non perché consenziente, ma perché già “morta”. Il suicidio è solo un modo per “formalizzare” una realtà che già esisteva dentro di lei, un passaggio (dal suo punto di vista) inevitabile.

È il protagonista della serie, un diciassettenne, a dover dire in modo chiaro: «Dovremmo imparare a volerci bene, in modo migliore». Ha capito che non basta il rispetto, non bastano le regole. È l’adolescente protagonista che impara che il bene dell’altro va fatto, a ogni costo, ed è lui a dover educare gli adulti sul tema.

"Sono gli effetti di una società individualista, in cui i ragazzi non si sentono più parte di una storia, ma diventano incapaci di comprendere la realtà, perché nessuno gliela racconta, ci si limita a insegnare delle regole per la vita e non cosa ci sia di buono da fare nella vita e a cosa servano quelle regole. Lo spaesamento narrato in questa serie solleva sin dal primo minuto la ferita aperta della società di oggi: in un tessuto sociale disgregato e utilitarista, l’individuo è solo e non vale nulla se non si procura da solo il suo valore. La vita inserita in un sistema di performance in cui si è tanto quanto si ha, fa, appare, non c’è il tempo per costruire sull’essere, cosa che potrebbe avvenire in famiglia, unico luogo in cui essere accettati per quello che si è e non per quelle altre tre cose"(Cit).

Tredici è una riflessione antiretorica sui fenomeni del bullismo e del disagio giovanile, che costringe ad affrontare la realtà del lutto senza scappatoie o edulcorazioni. In un contesto sociale che osanna i vincenti e incoraggia la competizione spietata fin dalla giovane età, dove i genitori preferiscono imbottire i figli, fragili e assai emotivamente instabili, di medicinali e gli insegnanti adottano metodi artificiosi per stimolare il confronto, gli adolescenti non sono quell’età “perduta” di cui troppo spesso si parla, ma un magma complesso di disturbi ed emozioni che pulsa di vita propria.

Premetto che è una serie fatta molto bene: attori formidabili, mistero, colpi di scena, curiosità e un’ottima sceneggiatura.  Una fotografia perfetta di una società individualista: con grande crisi educativa, con una atrofizzazione del cuore data da eccesso di alcol e consumo di sesso e con una necessità enorme di avere rapporti umani veri! Ma gli autori dicono chiaramente, attraverso Clay (uno dei protagonisti): "Io non voglio risolvere, io voglio ferire". Questo vuole fare, Tredici: ferire. Ferirci. Lasciare il segno, in qualche modo.  Ci sono riusciti in pieno. Temo che una serie così violenta sessualmente ed emotivamente (con tanto di attenzione su come si suicida la protagonista), lasci un brutto segno negli adolescenti, se lasciati da soli a vedere una straziante storia come questa.
A mio avviso si tratta di un fenomeno molto interessante che ovviamente si collega intuitivamente con quello della Blu Whale e con l'eutanasia per minorenni. Non so se si tratti di quello che Adriano Segatori definisce come virtualizzazione della morte insieme a contaminazioni sadiche, ma penso che comunque, vista la complicata tematica, molto attuale, questa serie possa essere la classica cosa da vedere insieme ai figli, piuttosto che lascirli soli, per poterne discutere insieme. E far riflettere tutti gli adulti che hanno doveri educativi!

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