Crans-Montana, il luogo che non conoscevo e che ora mi abita

Fino a dieci giorni fa Crans-Montana per me era solo un nome. Un posto lontano, mai vissuto, mai immaginato davvero. Oggi, invece, è diventato uno spazio interiore, una ferita che torna spesso nei pensieri, anche quando il rumore del mondo prova ad andare avanti come se nulla fosse successo.

Penso spesso a quell’episodio. Alla sua atrocità improvvisa. A ciò che hanno vissuto non solo chi non c’è più, ma anche chi si è salvato. Perché sopravvivere, certe volte, non significa essere indenni. Significa portare addosso una vita segnata nel profondo, imparare a convivere con immagini che non si cancellano, con il senso di colpa di essere rimasti, con domande che non trovano pace. Anche loro sono vittime di quella notte. Anche le loro esistenze hanno cambiato direzione per sempre.

Erano ragazzi. Figli, fratelli, amici. Portavano negli occhi la fretta della gioia, la voglia di divertirsi, l’idea semplice e luminosa che il domani fosse garantito. Un attimo prima c’erano la musica, le battute gridate, i sogni raccontati a metà. Un attimo dopo, il buio. La festa trasformata in silenzio. Il divertimento diventato tragedia.

Erano ragazzi, usciti per divertirsi, per sentirsi vivi. La spensieratezza li avvolgeva come una promessa: quella tipica dell’età in cui si pensa che il tempo sia infinito e che il pericolo riguardi sempre qualcun altro. Ma ogni medaglia ha due facce. E accanto alla spensieratezza c’è l’imprudenza, silenziosa, sottovalutata, spesso invisibile finché non è troppo tardi. Un confine sottile, che in un attimo può trasformare una notte qualunque in una tragedia irreversibile.

Le famiglie sono rimaste con le mani vuote e il cuore colmo di domande senza risposta, vivono un dolore che non ha nome. Un dolore che entra nelle stanze, si siede a tavola, accompagna il risveglio e rende la notte più lunga. Case che improvvisamente non sanno più che suono fare, camere rimaste in attesa, telefoni che non vibrano più. Genitori che ripercorrono ogni sorriso, ogni rimprovero, ogni “torno tardi” come se potessero riavvolgere il tempo. Madri e padri che imparano, senza volerlo, il peso dell’assenza. È un dolore che interroga Dio, a volte con rabbia, a volte con un filo di speranza. “Dove eri?” è la domanda che nasce spontanea. E forse Dio non risponde con spiegazioni, ma con una presenza silenziosa, condividendo il peso delle lacrime, restando accanto a chi non riesce più nemmeno a pregare.

I sogni di quei ragazzi ora galleggiano nell’aria sottile della montagna. Sogni grandi e imperfetti: viaggi rimandati, amori appena iniziati, paure nascoste dietro una risata. C’era chi temeva di non essere abbastanza, chi voleva dimostrare tutto, chi semplicemente desiderava vivere. La tragedia non ha fatto differenze: ha spazzato via progetti e fragilità con la stessa crudele rapidità.

Io, che non conoscevo Crans-Montana, mi ritrovo a pensarci spesso. A pensare a quei sogni interrotti, alle paure mai confessate... A pensare che la vita, così fragile, chiede rispetto, attenzione, responsabilità. Chiede adulti più consapevoli e giovani più protetti, non giudicati, ma accompagnati. Perché vivere non dovrebbe mai significare rischiare tutto senza rendersene conto.

Questa tragedia ci costringe a fermarci. A riflettere. A capire che il divertimento non è colpa, ma l’imprudenza può essere fatale. Che la libertà ha bisogno di cura. Che ogni scelta, anche quella che sembra leggera, può avere conseguenze pesanti come una montagna.

Crans-Montana resta lì, sotto lo stesso cielo. La montagna, che ha visto tutto, resta lì. Immobile. Ma sotto il suo cielo, nulla sarà più uguale. E forse è proprio da questo strappo che nasce un pensiero più profondo: ogni attimo conta, ogni vita è un universo, e l’amore – anche quando spezzato – continua a parlare, piano, a chi sa ascoltare. Ma per molti di noi non è più solo un luogo. È un monito, un ricordo doloroso, una preghiera che continua. Per chi non c’è più. Per chi è rimasto. Perché dal dolore, forse, possa nascere una coscienza più profonda della vita. E perché Dio, anche nel silenzio, ci insegni a non sprecare nemmeno un attimo dell’amore che ci è dato.

E forse Crans-Montana resterà per sempre questo: non solo un luogo, ma una domanda aperta nel cuore. Una ferita che ci insegna che la vita è fragile come un istante, che la gioia va custodita con responsabilità, e che nel dolore più ingiusto Dio non ci toglie il peso, ma ci cammina accanto. Perché nessuna vita spezzata sia dimenticata, e perché ogni amore interrotto continui a vivere nel modo in cui impariamo, finalmente, a prenderci cura gli uni degli altri.

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