L’Europa oggi sembra spesso così. Un continente che custodisce gelosamente ciò che ha conquistato, ma che fatica a desiderare ciò che ancora non esiste. Che sa amministrare il presente, ma sembra avere paura del futuro. Abbiamo costruito una delle società più protette, libere e prospere della storia e, paradossalmente, sembriamo sempre meno capaci di rispondere alla domanda più semplice e più difficile: per che cosa vale la pena vivere? Forse è questo il grande paradosso europeo. Si può vivere molto bene e, nello stesso tempo, non sapere più perché vivere. Basta attraversare una qualsiasi delle nostre città per accorgersi della contraddizione.
Roma, Parigi, Vienna, Praga, Firenze, Cracovia. Cattedrali, università, biblioteche, piazze, teatri. Camminiamo in mezzo a secoli di storia come se fossero scenografie. Fotografiamo una facciata, entriamo distrattamente in una chiesa, attraversiamo una piazza senza chiederci più chi l’abbia costruita e soprattutto perché. Eppure quelle pietre parlano. Raccontano di uomini che hanno combattuto, sbagliato, amato, creduto, cercato. Uomini che spesso hanno costruito qualcosa che sapevano di non poter vedere terminato. Una cattedrale medievale poteva richiedere generazioni. Chi posava la prima pietra sapeva che probabilmente non avrebbe visto l’ultima. Eppure costruiva. Questa immagine mi sembra una delle più belle per comprendere ciò che forse manca oggi all’Europa.
Abbiamo smesso di costruire cattedrali. Non necessariamente di pietra. Cattedrale è una famiglia che mette al mondo un figlio senza sapere quale mondo troverà. È un insegnante che educa un ragazzo pur sapendo che forse non vedrà mai i frutti del proprio lavoro. È un giovane che sceglie un mestiere non soltanto domandandosi quanto guadagnerà, ma quale pezzo di mondo potrà rendere migliore. È una comunità capace di prendere decisioni i cui benefici arriveranno quando chi le ha prese non ci sarà più. Costruire una cattedrale significa credere che il futuro meriti qualcosa da noi anche se noi non ne saremo protagonisti. Ed è proprio questo che una civiltà stanca fatica a fare.
Quando non si crede più nel futuro, diminuiscono i figli, diminuiscono i grandi progetti, diminuisce la disponibilità al sacrificio. Rimane il presente: da difendere, consumare, prolungare il più possibile. Ma una civiltà non muore quando invecchiano i suoi cittadini. Muore quando invecchiano i suoi desideri. Eppure sarebbe ingiusto raccontare l’Europa soltanto come un vecchio continente destinato al tramonto. Perché questa terra possiede una memoria immensa. Una memoria tutt’altro che innocente.
La storia europea non è una favola edificante. È fatta di cattedrali e trincee, università e campi di concentramento, opere d’arte e guerre, santi e dittatori. Ha prodotto alcune delle più alte espressioni della dignità umana e alcune delle più terribili negazioni dell’uomo. Ma forse proprio per questo ha ancora qualcosa da dire.
La grandezza dell’Europa consiste nell’avere una storia dalla quale imparare. Questo piccolo lembo occidentale dell’Eurasia ha attraversato quasi tutto ciò che una civiltà può attraversare: imperi, invasioni, pestilenze, rivoluzioni, guerre religiose, nazionalismi, totalitarismi, ricostruzioni. Ha conosciuto Auschwitz e poi ha provato a mettere la dignità della persona al centro del proprio ordinamento. Ha costruito muri e poi li ha abbattuti. Ha visto francesi e tedeschi massacrarsi per generazioni e poi sedersi allo stesso tavolo. L’Europa, in fondo, è sempre rinata dalle proprie ferite. Ed è questa memoria che non dovremmo perdere. Perché dentro la nostra storia ci sono alcune domande che hanno attraversato i secoli e che oggi sono tutt’altro che superate.
Chi è l’uomo? Che cosa è vero? Che cosa rende una vita degna di essere vissuta? Come possiamo vivere insieme senza distruggerci? Atene ha interrogato la verità attraverso la ragione. Roma ha trasformato la convivenza in diritto, istituzioni, cittadinanza. Gerusalemme ha posto l’uomo davanti all’Assoluto. Il cristianesimo ha introdotto nel cuore dell’Europa un’idea rivoluzionaria: che ogni uomo possiede una dignità che non dipende dalla sua forza, dalla ricchezza, dalla salute, dall’intelligenza o dall’utilità. Poi sono venuti l’Umanesimo, la scienza moderna, l’Illuminismo, le rivoluzioni, le democrazie, le grandi conquiste sociali. Secoli di scontri, errori, correzioni, sangue e bellezza.
Noi siamo figli di tutto questo. Ma essere figli non significa imbalsamare l’eredità ricevuta. Un’eredità rimane viva soltanto quando qualcuno trova il coraggio di spenderla. Non abbiamo bisogno di tornare all’Europa di ieri. Il passato non è un luogo nel quale rifugiarsi. E forse non è mai esistita quell’Europa perfetta che talvolta la nostalgia ci fa immaginare. Abbiamo bisogno, piuttosto, di domandarci che cosa la nostra storia possa ancora insegnare all’uomo di domani.
In un mondo che rischia di misurare ogni cosa attraverso un algoritmo, l’Europa può ricordare che l’uomo non coincide con i suoi dati.
In un mondo ossessionato dalla velocità, può custodire il valore del tempo, del silenzio, della contemplazione.
In un’economia che tende a trasformare ogni cosa in merce, può ricordare che esistono realtà che non hanno prezzo.
In una società nella quale l’efficienza rischia di diventare il criterio ultimo, può ricordare che un anziano, un malato, un bambino, una persona fragile non valgono meno perché producono meno.
In un mondo nuovamente sedotto dalla forza, l’Europa può ricordare ciò che accade quando la forza smette di riconoscere un limite.
Ma per poter dire tutto questo agli altri, deve prima ricordarlo a se stessa. E qui sta forse la vera crisi
europea. Non economica. Non demografica. Non geopolitica. Prima ancora, è una crisi di immaginazione. Abbiamo paura delle parole grandi: Verità. Bellezza. Giustizia. Libertà. Responsabilità. Sacrificio. Perdono. Speranza. Sembrano parole troppo impegnative per un tempo che preferisce quelle più piccole, più misurabili, più facilmente vendibili. Eppure nessun continente è rinato grazie a un indicatore economico. Le civiltà rinascono quando qualcuno ricomincia a desiderare qualcosa che supera la durata della propria vita.
Forse allora il problema non è che l’Europa sia vecchia. Esistono infatti due modi di essere vecchi. Si può essere vecchi perché non si ha più nulla da dire, seduti a raccontare nostalgicamente ciò che si è stati. Oppure si può essere vecchi come certi alberi. Hanno visto passare tempeste, estati, inverni. Portano sulla corteccia le ferite degli anni. Ma proprio perché le loro radici sono profonde possono ancora generare rami nuovi, offrire ombra, produrre frutti. Forse l’Europa deve decidere quale vecchiaia vuole vivere. Quella di chi contempla le proprie rovine. O quella di chi trasforma la propria memoria in una promessa.
Perché arriveranno generazioni che probabilmente non ci chiederanno quanto siamo stati comodi. Ci chiederanno che cosa abbiamo custodito. Che cosa abbiamo trasmesso. Quali battaglie abbiamo ritenuto degne di essere combattute. Quali parole abbiamo salvato. E soprattutto che cosa abbiamo avuto il coraggio di costruire mentre tutti dicevano che non ne valeva più la pena.
L’Europa non ha bisogno di sentirsi superiore al resto del mondo. Ha bisogno di sentirsi responsabile di ciò che ha ricevuto. È una differenza enorme. Chi si sente superiore guarda il passato con orgoglio. Chi si sente responsabile guarda il passato e si domanda: che cosa mi è stato consegnato?
E subito dopo: che cosa consegnerò io?
Forse la rinascita europea non comincerà da una nuova istituzione, da un trattato o da qualche decimale di PIL. Forse comincerà molto più silenziosamente.
Da uomini e donne che ricominceranno a credere che valga la pena avere figli, educare, insegnare, studiare, creare, servire, intraprendere, credere. Persone capaci di piantare alberi sotto la cui ombra sanno che non si siederanno mai. Persone capaci, ancora una volta, di costruire cattedrali. Perché una civiltà comincia a morire quando guarda le proprie cattedrali soltanto come monumenti del passato. E ricomincia a vivere quando un giovane, entrando in una di esse, invece di limitarsi a fotografarla alza gli occhi verso la volta e sente nascere dentro di sé una domanda, una domanda semplice, quasi scomoda. Una domanda che forse dovremmo tornare a farci tutti: loro hanno costruito questo per noi. Noi, che cosa stiamo costruendo per quelli che verranno?
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