Ci sono età che non fanno rumore quando arrivano, e altre che bussano forte. I quarant’anni non entrano in punta di piedi: si fermano sulla soglia e chiedono di essere guardati negli occhi, per fare memoria.
A quarant’anni il tempo non corre più davanti a noi come quando avevamo vent’anni, né ci insegue come temevamo a trenta. Cammina accanto e mentre cammina, ci chiede: che cosa hai amato davvero?
Ho imparato che crescere non significa diventare invincibili, ma imparare dove siamo fragili senza vergognarcene. Ho imparato che i sogni non muoiono: cambiano forma, come l’acqua quando incontra un ostacolo. E che le cadute non sono il contrario del volo, ma il suo prezzo.
A quarant’anni si fa pace con le proprie imperfezioni. Si capisce che non tutto va aggiustato, che alcune ferite diventano finestre, e che certi silenzi parlano più delle parole. È l’età in cui smetti di chiederti chi dovrei essere e inizi, finalmente, a chiederti chi sono.
E poi ci sono le persone che sono la vera misura del tempo. Gli amici che sono diventati famiglia. La famiglia che ha imparato ad essere amica. Le risate che hanno riempito stanze vuote e consolato un cuore appesantito, i brindisi nati senza un motivo preciso se non quello di esserci.
Festeggiare i quarant’anni significa riconoscere ciò che è rimasto. E ciò che è rimasto, spesso, è ciò che conta di più: relazioni che hanno resistito alla distanza, al tempo, ai cambiamenti. Legami che non chiedono perfezione, ma presenza.
Festeggiare quarant’anni significa riconoscere che nulla di importante si costruisce da soli. Che il tempo acquista senso solo quando è condiviso. Che la fraternità non è un’idea astratta, ma una pratica quotidiana fatta di fedeltà, pazienza e cura reciproca. A chi ha camminato con me, a chi ha attraversato distanze e stagioni diverse senza mai venir meno, va la mia gratitudine più profonda.
L’amicizia vissuta insieme in questi anni non è solo un ricordo: è una radice. Ed è da qui che continuo a crescere. Grazie a chi ha condiviso questo tratto di strada, a chi ha festeggiato, a chi ha viaggiato, a chi ha semplicemente detto “io ci sono”.
Se sono arrivato fin qui, è anche, e soprattutto, grazie a voi.
A quarant’anni il tempo non corre più davanti a noi come quando avevamo vent’anni, né ci insegue come temevamo a trenta. Cammina accanto e mentre cammina, ci chiede: che cosa hai amato davvero?
Ho imparato che crescere non significa diventare invincibili, ma imparare dove siamo fragili senza vergognarcene. Ho imparato che i sogni non muoiono: cambiano forma, come l’acqua quando incontra un ostacolo. E che le cadute non sono il contrario del volo, ma il suo prezzo.
A quarant’anni si fa pace con le proprie imperfezioni. Si capisce che non tutto va aggiustato, che alcune ferite diventano finestre, e che certi silenzi parlano più delle parole. È l’età in cui smetti di chiederti chi dovrei essere e inizi, finalmente, a chiederti chi sono.
E poi ci sono le persone che sono la vera misura del tempo. Gli amici che sono diventati famiglia. La famiglia che ha imparato ad essere amica. Le risate che hanno riempito stanze vuote e consolato un cuore appesantito, i brindisi nati senza un motivo preciso se non quello di esserci.
Festeggiare i quarant’anni significa riconoscere ciò che è rimasto. E ciò che è rimasto, spesso, è ciò che conta di più: relazioni che hanno resistito alla distanza, al tempo, ai cambiamenti. Legami che non chiedono perfezione, ma presenza.
Festeggiare quarant’anni significa riconoscere che nulla di importante si costruisce da soli. Che il tempo acquista senso solo quando è condiviso. Che la fraternità non è un’idea astratta, ma una pratica quotidiana fatta di fedeltà, pazienza e cura reciproca. A chi ha camminato con me, a chi ha attraversato distanze e stagioni diverse senza mai venir meno, va la mia gratitudine più profonda.
L’amicizia vissuta insieme in questi anni non è solo un ricordo: è una radice. Ed è da qui che continuo a crescere. Grazie a chi ha condiviso questo tratto di strada, a chi ha festeggiato, a chi ha viaggiato, a chi ha semplicemente detto “io ci sono”.
Se sono arrivato fin qui, è anche, e soprattutto, grazie a voi.
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