La fede che non converte: manuale di scristianizzazione ordinaria.

Questo testo adotta il criterio narrativo delle Lettere di Berlicche: la tentazione è raccontata dal punto di vista di chi la suggerisce, non di chi la subisce.
La voce è quella del demone, per il quale Dio è il Nemico. Il bene non viene negato, ma svuotato. La fede non viene distrutta, ma resa innocua. I sacramenti non vengono rifiutati, ma banalizzati.

In questa prospettiva rovesciata, ciò che salva appare come un ostacolo, e ciò che corrompe come buon senso.
Il lettore è invitato a riconoscere le tentazioni non nei grandi peccati, ma nella religiosità che non converte più.

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(dal tuo affezionatissimo zio Berlicche)


Caro Malacoda,

ho letto con attenzione i tuoi ultimi rapporti.
Vedo che il tuo paziente frequenta ancora certi luoghi scomodi, pronuncia formule antiche, si ostina perfino a inginocchiarsi. Nulla di cui allarmarsi, purché tu abbia compreso una verità fondamentale: la pratica religiosa non è il nostro nemico. Anzi, se ben gestita, è una delle nostre alleate più affidabili.
Il vero pericolo non è che l’uomo faccia cose religiose, ma che capisca cosa sta facendo. E soprattutto Chi incontra.
Il Nemico — con la Sua solita ostinazione incarnata — ha avuto l’ardire di legare la Sua presenza a gesti concreti, ripetuti, umilianti nella loro semplicità. Pane, parole, acqua, silenzio. Un capolavoro di pessimo gusto metafisico. Capisci bene, dunque, quanto sia vitale per noi svuotare questi gesti, lasciandone intatta la coreografia.

Lascia che il tuo uomo vada in chiesa. Ma fagli credere che non cambi nulla. Che sia un’abitudine, una tradizione, un fatto culturale. Che il valore stia nello “esserci”, non nell’incontrare Qualcuno.
Soprattutto, caro nipote, lavora sulla noia. La noia è il nostro incenso preferito. Un uomo annoiato davanti al Mistero è un uomo salvo… per noi.

Quanto ai sacramenti, ti prego di non trattarli con eccessiva brutalità. Sarebbe un errore da dilettanti. Non negarli. Rendili irrilevanti.

La confessione? Trasformala in un esercizio psicologico. Un momento di autoanalisi, un alleggerimento emotivo. Mai, in nessun caso, permettere che venga percepita come una resa, come un atto di verità davanti al Nemico. Il peccato deve diventare fragilità. La colpa, contesto. La conversione, un termine imbarazzante.

L’Eucaristia, poi, è il punto più delicato. Lì il Nemico insiste nel farsi presente sul serio, ed è francamente irritante. Ma abbiamo un’arma formidabile: l’abitudine. Comunioni frequenti, distratte, automatiche. Pane preso come si prende un biglietto all’ingresso. Nessuna attesa. Nessuna fame. Nessun tremore.
Un uomo che riceve il Corpo del Nemico senza accorgersene
è infinitamente più utile di uno che non lo riceve affatto.

Ora veniamo a un tema che stai trascurando colpevolmente: la speranza. 
Non confonderla con l’ottimismo — quello è facile da demolire. La speranza vera, quella che il Nemico osa chiamare virtù, è un veleno per noi: perché tiene l’uomo in piedi anche quando tutto crolla.
Il nostro compito, caro Malacoda, non è distruggerla apertamente, ma svilirla. Trasformala in attesa passiva. In fiducia generica che “andrà tutto bene”. In frase motivazionale da condividere nei momenti giusti.
La speranza non deve mai diventare decisione e nemmeno scommessa sulla fedeltà del Nemico, e ti dirò,  tanto meno resistenza nel tempo della prova. Se l’uomo spera senza lottare, spera inutilmente. Ed è esattamente ciò che vogliamo.

Vengo ora al punto che più mi preme: il sacerdozio.
Qui, nipote mio, devi essere raffinato come un chirurgo e spietato come un contabile. Il sacramento dell’Ordine è una ferita aperta per il nostro regno: uomini fragili a cui il Nemico affida la Sua presenza. Intollerabile. Ma ricorda: non serve distruggere i sacerdoti. Basta neutralizzarli. Falli diventare funzionari.
Animatori sociali. Manager del sacro. Oppure, se preferisci, personaggi carismatici in cerca di consenso.
Un sacerdote che non crede più di agire in persona del Nemico, ma solo di rappresentare una comunità, è già mezzo nostro. Allontana il tuo uomo da preti che parlano di verità, peccato, conversione, eternità.
Avvicinalo a quelli che non disturbano, che rassicurano, che non chiedono mai nulla. Il Nemico passa attraverso le loro mani: fai in modo che sembri solo un gesto.

Infine — e qui devi essere davvero diligente — lavora sul primo comandamento. Non dirgli mai di rinnegare il Nemico. Sarebbe grossolano. Fagli solo moltiplicare gli idoli. Il consenso è il migliore. Specialmente quello digitale.

Insegnagli a indossare maschere: una per ogni pubblico, una per ogni piattaforma ed una per ogni applauso. Che dica ciò che piace. Che taccia ciò che divide. Che misuri il bene in base alle reazioni.
Un uomo che vive per essere approvato non adorerà mai davvero il Nemico. Avrà sempre qualcos’altro da difendere: un’immagine, una reputazione, una visibilità.

Ricorda, Malacoda: il nostro obiettivo non è allontanare l’uomo dalla religione, ma dalla realtà. Che preghi senza aspettarsi risposta. Che celebri senza credere che accada qualcosa. Che speri senza combattere. Che obbedisca a tutti, tranne al Nemico.

Se riuscirai in questo, potrà anche continuare a dirsi credente. E noi, sorridendo, sapremo di aver vinto.

Con la consueta, affettuosa perfidia,
tuo zio
Berlicche

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