11 settembre 2001 e il mare degli americani.

Avevo quindici anni. Era l’11 settembre 2001 e io ero al mare, ad Anzio. Nello stabilimento che frequentavamo da anni, il Tirrenino. La stessa spiaggia dove, 57 anni prima, erano sbarcati gli americani. Quella storia l’avevo letta sui libri di scuola. E avevo ancora freschi i racconti di mio papà, che mi aveva parlato tante volte di quello sbarco, della guerra, di quegli uomini arrivati dal mare e di come, proprio su quelle coste, la grande storia fosse entrata nella vita delle persone comuni. Mi piace pensare che ci sia qualcosa di simbolico in questa coincidenza. 

Nel 1944 l’America era arrivata ad Anzio dal mare. Nel 2001 l’America sarebbe arrivata nella mia vita attraverso uno schermo. 

Io avevo quindici anni e, come tutti a quindici anni, avevo la testa piena di cose enormi e di scemenze altrettanto enormi. Desideri grandi, sogni confusi, amicizie, ragazze, scuola, futuro. Il mondo finiva più o meno ai confini delle mie giornate. 

Erano gli ultimi giorni di mare. Quelli in cui l’estate comincia lentamente a ritirarsi. Il cielo era nuvoloso, l’aria aveva già quel primo freschino di settembre e la spiaggia era quasi deserta. Mia madre aveva deciso di tenerci al mare ancora qualche giorno. Voleva farci correre, stancarci, consumare le ultime energie prima dell’inizio della scuola.

E poi c’era Fernando. Fernando era il bagnino. Avrà avuto una sessantina d’anni, era abbronzatissimo e parlava con quella cadenza romanesca che rendeva ogni frase immediatamente riconoscibile. A un certo punto lo sento dire: «Hanno fatto un attentato a 'no yacht!» Io guardavo il mare. Non vedevo niente. Mi sembrava perfettamente logico che fosse successo qualcosa a uno yacht, in fondo eravamo al mare. «Ma dove?» E lui, quasi stupito dalla mia domanda: «Come dove? In America!»

Solo dopo avrei capito che stava dicendo qualcosa che per me, fino a quel momento, apparteneva a un altro pianeta. New York. Le Torri Gemelle. Due aerei. Poi un altro aereo sul Pentagono. E un quarto precipitato in Pennsylvania.

Mia nonna, che in quei giorni si era quasi immolata per tenere dietro ai più piccoli, era lì con noi. E quando cominciarono ad arrivare le prime notizie confuse, se ne uscì con una frase che ancora oggi mi fa sorridere: «Oddio, a Ni… e mo ce sparano anche a noi! È pericoloso? Io nun vedo niente». Era la domanda perfetta di una persona che aveva capito soltanto che in America era successo qualcosa di terribile e che, per sicurezza, voleva controllare se da qualche parte si vedesse arrivare qualcuno. 

A casa avrei trovato la televisione accesa. All'epoca gli smartphone non esistevano. Esistevano i telefonini, certo, e gli SMS, i famosi messaggini. Io, però, un cellulare non lo avevo ancora. Sarebbe arrivato tre anni dopo. Per questo quella notizia arrivò nella mia vita in modo quasi primitivo: dalla voce di un bagnino sulla spiaggia e poi dalla televisione.

Una televisione che, a casa nostra, prendeva pure male. L'antenna non funzionava bene e alcuni canali si vedevano a malapena (d'estate si sta fuori, non si guarda la tv, ripetevano spesso i miei). Quelle immagini erano disturbate, il segnale andava e veniva, ma tutti i canali parlavano della stessa cosa.

Le notizie arrivavano una dopo l'altra. All'inizio si capiva poco. Poi un po' di più. Poi ancora di più. Le televisioni ricostruivano lentamente ciò che era successo, mettendo insieme i pezzi di una giornata che sembrava impossibile. Io guardavo. Ero attonito, impaurito e ipnotizzato. Avevo quindici anni e non capivo ancora davvero la portata di quello che stavo vedendo. Sapevo soltanto che qualcosa di enorme era successo.

Ricordo anche una cosa apparentemente insignificante: quella sera non sarebbe andato in onda il Festivalbar. Per un ragazzo di quindici anni, nel settembre del 2001, il Festivalbar apparteneva alla normalità dell'estate. Musica, cantanti, classifiche, televisione. Le ultime tracce di una stagione che stava finendo.

Quella sera saltò tutto. Anche la televisione, improvvisamente, sembrava dirci che il mondo era cambiato. Per chi ha meno di trent'anni oggi, l'11 settembre appartiene alla storia. Per quelli della mia generazione è diverso. Noi ricordiamo il mondo prima. Ricordiamo gli aeroporti prima dei controlli diventati quasi rituali. Ricordiamo gli aerei come qualcosa di più semplice. Ricordiamo un mondo nel quale per sapere cosa stava accadendo dall'altra parte dell'oceano serviva una televisione, un giornale, una telefonata. Niente notifiche. Niente video che arrivano istantaneamente sul telefono. Niente social. Niente smartphone. 

Il 2001 era un mondo che aveva appena lasciato alle spalle la Guerra fredda. L'Unione Sovietica era crollata dieci anni prima. Gli Stati Uniti erano rimasti l'unica superpotenza globale. Sembrava essersi aperta una stagione nella quale la globalizzazione, la tecnologia e l'integrazione economica avrebbero progressivamente ridotto le grandi fratture geopolitiche. L'11 settembre fece irruzione dentro questa convinzione. Il messaggio strategico di al-Qaeda fu terribile nella sua semplicità: la distanza geografica aveva smesso di essere una protezione. Un'organizzazione terroristica poteva colpire il cuore della principale potenza mondiale utilizzando strumenti della vita quotidiana.

Gli aerei civili divennero armi. La sicurezza internazionale cambiò paradigma. La NATO invocò per la prima volta nella sua storia l'articolo 5: un attacco contro un membro veniva considerato un attacco contro tutti. L'America entrò in guerra. Prima in Afghanistan, dove il regime talebano offriva rifugio ad al-Qaeda. Poi, nel 2003, in Iraq.

Ed è qui che la storia diventa molto più complessa L'Afghanistan era direttamente legato alla risposta agli attentati. L'Iraq apparteneva a una logica diversa, molto più controversa, che avrebbe prodotto conseguenze enormi per l'intero Medio Oriente. La guerra al terrorismo diventò progressivamente una dottrina di politica estera. Gli Stati Uniti ampliarono le proprie operazioni antiterrorismo, le attività di intelligence e le collaborazioni militari in diverse aree del mondo.

Per anni il tema della sicurezza occupò il centro della politica internazionale. Controlli aeroportuali più rigidi. Nuove norme di sorveglianza. Cooperazione tra intelligence. Operazioni militari. Guantanamo. Afghanistan. Iraq. E poi Madrid, Londra, Istanbul. Il terrorismo islamista mostrò di poter colpire anche il cuore dell'Europa.

L'11 settembre aveva aperto una stagione che sarebbe durata molto più a lungo di quanto molti immaginassero. Osama bin Laden sarebbe stato ucciso dieci anni dopo, nel 2011. Al-Qaeda avrebbe perso gran parte della propria capacità operativa globale, mentre altri gruppi avrebbero raccolto quella stessa ideologia e l'avrebbero trasformata in qualcosa di ancora più brutale, fino alla nascita dell'ISIS.

Eppure, nel 2021, vent'anni dopo l'attacco, i talebani sarebbero tornati al potere in Afghanistan. È una delle immagini più potenti per comprendere la parabola di questi venticinque anni. L'Occidente aveva dimostrato una straordinaria capacità militare.

Aveva rovesciato regimi, eliminato leader terroristici, costruito coalizioni internazionali, sviluppato strumenti di intelligence impensabili fino a pochi anni prima. Eppure la vittoria militare si è rivelata molto più semplice della costruzione di un ordine politico stabile. È una delle grandi lezioni dell'11 settembre. La forza può distruggere una minaccia. Molto più difficile è costruire ciò che viene dopo.

E mentre gli Stati Uniti erano impegnati nelle guerre del Medio Oriente, il mondo cambiava. La Cina cresceva rapidamente. La Russia tornava a considerare lo spazio post-sovietico come una propria area strategica. L'Iran aumentava la propria influenza regionale. Le guerre civili e le crisi del Medio Oriente producevano nuove instabilità. Internet e, successivamente, i social network trasformavano completamente il modo di fare propaganda, reclutamento e guerra. La geopolitica si stava spostando ancora una volta.

Oggi, nel 2026, sono passati venticinque anni.

È abbastanza tempo perché un bambino nato quel giorno possa avere già terminato l'università e affacciarsi alla vita adulta. Per me significa qualcosa di ancora più curioso. Quel quindicenne che guardava il mare chiedendosi dove fosse successo l'attentato oggi ha quarant'anni. Nel frattempo sono cambiate le tecnologie, le guerre, le alleanze, le paure. Sono cambiato anch'io. E forse proprio per questo oggi guardo quelle immagini con occhi diversi.  Allora vedevo due torri che cadevano. Oggi vedo l'inizio di una lunga trasformazione geopolitica. Vedo l'inizio della guerra globale al terrorismo. Vedo l'Afghanistan e l'Iraq. Vedo la trasformazione delle nostre città e dei nostri aeroporti. Vedo il rapporto sempre più complicato tra libertà e sicurezza. Vedo l'ascesa della Cina e il ritorno della competizione tra grandi potenze. Vedo anche una cosa più sottile: la fine di una certa innocenza occidentale.

L'idea che la stabilità fosse ormai acquisita, che le grandi guerre appartenessero al passato, che la globalizzazione avrebbe progressivamente reso il mondo più prevedibile. Oggi sappiamo quanto fosse fragile quella convinzione. E forse è proprio questo il motivo per cui l'11 settembre continua a parlarci.

Ogni anno, quando arriva l'11 settembre, penso a Fernando. Penso a quel suo «In America!» pronunciato con naturalezza. Penso a quella spiaggia quasi vuota. Al cielo nuvoloso. Al primo fresco di settembre. A mia madre che aveva deciso di tenerci ancora qualche giorno al mare. Ai miei fratelli che scorrazzavano chissà dove.

E a me, quindicenne, con la testa piena di scemenze e di sogni enormi, ancora senza cellulare, davanti a una televisione che prendeva male e che quella sera avrebbe trasmesso una storia che nessuno di noi riusciva ancora a comprendere. Penso al Festivalbar che quella sera non andò in onda. Ma almeno la Melevisione venne interrotta. È un dettaglio piccolo. Forse proprio per questo me lo ricordo. Perché la storia entra nelle nostre vite anche così: interrompendo improvvisamente qualcosa che fino a poche ore prima ci sembrava importante.

Il mondo, quella sera, aveva smesso per un momento di cantare. E io, che avevo quindici anni, guardavo la televisione attonito, impaurito, ipnotizzato. Non capivo ancora bene cosa stesse succedendo. Avrei impiegato anni per capirne le conseguenze. Ma ricordo perfettamente la sensazione. 

Quel giorno al mare, mentre il mondo cambiava, io ero ancora un ragazzo. E forse è per questo che, venticinque anni dopo, l'11 settembre per me continua ad avere due volti. Quello enorme della storia. E quello molto più piccolo, concreto e personale di una spiaggia quasi deserta, di un bagnino romano e di una frase che ancora oggi, nella mia memoria, arriva con quella voce: «Come dove? In America!».

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