Più intelligenti, ma più umani?

C’è una domanda che l’intelligenza artificiale ci costringerà a prendere sul serio. Non è quanto diventeranno intelligenti le macchine. Su questo, ormai, abbiamo imparato a sospendere ogni previsione. Ogni volta che pensiamo di aver individuato un limite, arriva qualcosa che quel limite lo sposta un po’ più in là.
La domanda riguarda noi: che cosa significa essere umani quando alcune delle cose che abbiamo sempre considerato espressione della nostra intelligenza possono essere svolte da una macchina? Scrivere. Tradurre. Calcolare. Ricordare. Analizzare. Disegnare. Comporre. Cercare informazioni. Persino conversare. Forse l’intelligenza artificiale non ci obbligherà anzitutto a diventare più intelligenti. Ci obbligherà a capire che cosa intendiamo quando diciamo “intelligenza”. E, ancora prima, che cosa intendiamo quando diciamo “uomo”.

Mi capita di pensare che la vera rivoluzione non sia ancora arrivata. Non perché le macchine non siano già capaci di fare cose sorprendenti. È che stanno entrando in una cultura che aveva già cominciato a dimenticare alcune dimensioni dell’umano. Una cultura nella quale tutto deve essere veloce. Le risposte devono arrivare subito. I messaggi devono ricevere una risposta. Le informazioni devono essere disponibili. Il tempo libero deve essere riempito. La noia va eliminata. Il silenzio va interrotto.

Abbiamo costruito strumenti straordinari per risparmiare tempo e, contemporaneamente, abbiamo cominciato a vivere come se non ne avessimo mai abbastanza. È una contraddizione che riguarda anche la scuola. Un ragazzo può chiedere a un'intelligenza artificiale di spiegargli Leopardi in pochi secondi. Ma quanto tempo gli serve per fermarsi davanti a una domanda di Leopardi? Che cosa desidero davvero? La prima cosa può essere delegata. La seconda no.

C’è una parola che rischiamo di usare sempre meno, quasi fosse diventata fuori moda: desiderio. Non nel senso delle cose che vorremmo possedere, ma di quella spinta più profonda che ci porta verso qualcosa che ancora non abbiamo e che, proprio per questo, ci mette in cammino. Il desiderio, nella sua prospettiva, non è semplicemente la lista delle cose che vorremmo possedere, ma si tratta di quella tensione che impedisce alla vita di accontentarsi del già conosciuto. Per capire davvero ciò che desideriamo, però, serve imparare a fermarsi. A dare alle cose il tempo di parlarci, senza cercare subito una risposta, una soluzione, qualcosa che riempia il silenzio. Ci sono desideri che diventano riconoscibili soltanto quando smettiamo di correre. È un punto decisivo. Perché l’IA sarà bravissima a rispondere alla domanda “come faccio?”. Potrà forse aiutarci moltissimo anche con “che cosa posso scegliere?”. Ma resta una domanda che non possiamo delegare: “Che cosa desidero diventare?” La differenza sembra piccola. Non lo è. La prima riguarda una procedura. La seconda riguarda una vita. E forse proprio qui comincia la nostra responsabilità davanti alla tecnologia. Non nel rifiutarla, ma nel non permetterle di sostituire le domande che soltanto una persona può vivere.

C’è poi il silenzio. Mi sembra uno dei grandi luoghi nei quali si giocherà la partita dell’umano. Perché il silenzio non produce immediatamente qualcosa. Non aumenta la nostra efficienza. Non genera una risposta da copiare. Non ci dà una gratificazione immediata. Ci mette davanti a noi stessi. E questo, qualche volta, è scomodo. Quando smettiamo di ascoltare musica, podcast, video, notifiche, messaggi, quando lasciamo il telefono sul tavolo e usciamo a camminare senza dover documentare nulla, può accadere qualcosa di molto semplice: cominciamo ad accorgerci di essere vivi.

Non sempre è piacevole. Arrivano pensieri che avevamo rimandato. Una decisione. Una paura. Una persona. Una domanda sulla nostra vita. Ma è proprio lì che può ricominciare un pensiero personale. L’intelligenza artificiale può moltiplicare le nostre risposte. Il silenzio ci costringe a capire quali domande meritano davvero una risposta.

Franco Nembrini, parlando di Dante, torna continuamente su una convinzione: l’uomo è abitato da un desiderio che nessuna cosa finita riesce definitivamente a soddisfare. La realtà lo attira, lo spinge a conoscere, ad amare, a cercare; e questa ricerca, se presa sul serio, allarga il desiderio invece di spegnerlo.

È una prospettiva interessante anche davanti all’intelligenza artificiale. Perché potremmo avere accesso a una quantità quasi infinita di conoscenze e continuare a non sapere che cosa farne della nostra vita. Potremmo ottenere risposte sempre più precise e sentirci, paradossalmente, sempre più disorientati. Dante chiamerebbe questo smarrimento una “selva oscura”. Nembrini ricorda che quella selva non appartiene soltanto alla letteratura: può essere la domenica sera, una scelta che ci spaventa, una relazione che non sappiamo vivere, il momento in cui scopriamo che ciò che desideravamo non ci basta più.

L’IA può diventare uno strumento straordinario. Ma non può vivere al posto nostro il viaggio che porta da una domanda a una risposta. Questo riguarda anche il lavoro. Per molto tempo abbiamo pensato che il valore di una persona fosse legato soprattutto a ciò che sapeva fare. Ora alcune delle nostre competenze verranno automatizzate. E allora saremo costretti a guardarci allo specchio. Se una persona pensa: “Io sono ciò che produco”, l’arrivo di una macchina più veloce, più precisa e meno costosa può diventare una ferita all’identità. Ma il lavoro umano ha sempre avuto anche un’altra dimensione. Costruire qualcosa, prendersi cura, assumersi una responsabilità, servire qualcuno e imparare un mestiere. Lasciare qualcosa un po’ migliore di come l’abbiamo trovata.

Anche D’Avenia, quando parla di scuola e di lavoro educativo, insiste sulla necessità di aiutare una persona a scoprire ciò che può dare al mondo, non semplicemente a prepararsi per una funzione. La scuola dovrebbe essere il luogo nel quale un ragazzo impara a riconoscere la propria unicità e a trasformarla in una responsabilità. È un pensiero che potrebbe accompagnarci anche davanti all’IA. Forse il futuro non ci chiederà soltanto “che lavoro sai fare?”. Ci chiederà sempre più spesso: “Che cosa hai da dare?” E poi ci sono le relazioni. Qui la questione diventa ancora più delicata. Alberto Pellai ha insistito molto, negli ultimi anni, sulla necessità di proteggere nei ragazzi la relazionalità reale, quella fatta di presenza, appartenenza, confronto, corpo, tempo condiviso. Ha anche richiamato l’attenzione sul fatto che gli strumenti digitali possono essere messi nelle mani dei ragazzi prima che abbiano sviluppato le risorse necessarie per gestirli. Non riguarda soltanto gli adolescenti, ma tutti noi, ciascuno. Perché una tecnologia diventa davvero pericolosa non quando ci aiuta a fare qualcosa, ma quando comincia a convincerci che fare quella cosa sia la stessa cosa che viverla. Posso parlare con qualcuno senza incontrarlo, vedere una fotografia senza essere stato in quel luogo, ricevere una risposta senza avere costruito un pensiero. Posso persino conversare con un sistema artificiale che conosce molto bene il mio modo di parlare. Ma una relazione umana contiene una cosa che nessun algoritmo può rendere completamente comoda: la libertà dell’altro. L’altro può non pensarla come me. Può deludermi o chiedermi qualcosa, e anche ferirmi senza volerlo. Può avere bisogno di me proprio quando io avrei bisogno di essere lasciato in pace e, soprattutto, può guardarmi e vedermi. Questa imprevedibilità è faticosa ed è anche una delle cose che ci fanno crescere.

Forse, allora, il punto non è stabilire quanto l’intelligenza artificiale sia simile all’intelligenza umana. La domanda più interessante è capire quanto l’uomo sia disposto a custodire ciò che lo rende uomo. La capacità di fermarsi. Il gusto di fare una cosa lentamente. La possibilità di cambiare idea. La fedeltà a una persona. Il perdono. La memoria. La gratitudine. La contemplazione. Il lavoro fatto bene anche quando nessuno lo vede. La libertà di dire no a qualcosa che tutti fanno. La capacità di stare davanti al dolore senza trasformarlo immediatamente in un problema da risolvere. La possibilità di amare qualcuno senza sapere in anticipo che cosa ne ricaveremo. Sono tutte cose che hanno un elemento in comune: non sono efficienti. E forse è proprio questo il loro fascino.

A questo punto, però, la domanda sull’umano incontra inevitabilmente quella su Dio, perché il cristianesimo contiene una pretesa ancora più radicale di qualunque discorso sull’intelligenza artificiale: Dio ha voluto conoscere l’uomo non soltanto dall’alto, osservandolo da lontano o spiegandolo attraverso una definizione, ma entrando nella sua storia e assumendo la sua stessa umanità. Ha avuto un corpo, ha conosciuto la stanchezza e il bisogno di dormire, ha lavorato con le proprie mani, ha avuto amici, ha mangiato a tavola con altre persone, ha attraversato il dolore, ha pianto, ha avuto paura e ha amato, fino a consegnarsi completamente.
È difficile immaginare una risposta più potente alla domanda “che cosa significa essere umani?” Non una definizione. Una vita. Cristo mostra l’umano nella sua forma piena proprio perché non lo considera qualcosa da superare per arrivare a Dio. E qui torna una delle intuizioni più belle di Nembrini: parlando di Leopardi, osserva il desiderio di un Dio che accetti di “sporcarsi le mani” con la nostra vita, di farsi compagno della nostra esistenza. E il paradosso cristiano è che ciò che Leopardi desiderava come impossibile è precisamente ciò che il cristianesimo annuncia nell’Incarnazione.
Dio non ha avuto paura dell’umano, della carne, del tempo, delle relazioni e nemmeno della fragilità; ha scelto di entrarci dentro fino in fondo, accettando tutto ciò che appartiene alla nostra condizione e mostrando che proprio lì, dentro la concretezza e talvolta la fatica della vita, può aprirsi uno spazio per l’incontro con Lui. Ed è forse proprio questa la sfida che ci aspetta. Non diventare più simili alle macchine. E nemmeno avere paura che le macchine diventino troppo simili a noi. La sfida sarà molto più antica e molto più difficile: diventare uomini. Prendere sul serio il tempo. Ritrovare il silenzio. Imparare a desiderare. Fare bene il proprio lavoro. Guardare davvero le persone. Costruire amicizie che non siano soltanto comode. Avere il coraggio della propria libertà. E lasciare spazio a quella domanda che nessuna macchina potrà mai vivere al posto nostro: per che cosa vale la pena spendere la mia vita?

Forse, nell’epoca in cui avremo a disposizione le macchine più intelligenti che l’uomo abbia mai costruito, dovremo tornare a scuola delle cose più semplici. Guardare. Ascoltare. Attendere. Amare. Pregare. Stare e scoprire che la grandezza dell’uomo non dipende dal fatto che nessuna macchina riesca a imitarlo. Dipende da ciò che egli decide di fare della propria libertà.

Nel momento in cui smettiamo di chiederci soltanto che cosa potrà fare l’intelligenza artificiale e torniamo a chiederci, con un po’ di timore e molta meraviglia: che cosa significa, oggi, essere veramente umani?

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