Prima la patente, poi la Ferrari: educare i ragazzi allo smartphone

A che età daremmo una Ferrari a nostro figlio? Probabilmente non a dieci anni. Forse nemmeno a dodici. Aspetteremmo che crescesse, che imparasse a guidare, che conoscesse i pericoli della strada, che avesse maturato un minimo di senso del limite. Eppure a dieci anni possiamo tranquillamente mettergli in mano qualcosa di molto più potente di una Ferrari.

In pochi centimetri di vetro gli consegniamo l'accesso a miliardi di persone, immagini, video, pornografia, social network, giochi, pubblicità, informazioni vere e false, sconosciuti, influencer, algoritmi capaci di capire che cosa ci trattiene più a lungo davanti allo schermo. Gli consegniamo, soprattutto, una porta sempre aperta sul mondo.

La domanda, allora, merita di essere posta senza troppi giri di parole: un bambino è davvero pronto per governare tutto questo da solo? Io credo di no. E proprio per questo penso che dovremmo smettere di discutere soltanto se dare o togliere il cellulare ai nostri figli. La questione educativa è un'altra: quando consegnarglielo e, soprattutto, come insegnargli a usarlo?

Per me, il momento giusto è indicativamente la prima superiore. Perché a quattordici anni comincia una nuova stagione della vita: aumentano gli spostamenti, le responsabilità, le relazioni, la libertà. E proprio lì lo smartphone può diventare uno strumento attraverso cui esercitare questa libertà.

Prima, invece, rischiamo di mettere una Ferrari nelle mani di chi sta ancora imparando a riconoscere la strada. E quando la strada è Internet, il burrone può essere molto più vicino di quanto immaginiamo.

Il punto, in fondo, è molto semplice. Un bambino può essere bravissimo a usare uno smartphone. Può insegnare al padre come funziona TikTok, trovare un video in tre secondi, cambiare un'impostazione, scaricare un'applicazione. La competenza tecnica arriva presto. La capacità di giudizio richiede molto più tempo.

Per navigare davvero il web servono strumenti interiori: saper riconoscere una manipolazione, capire quando qualcuno sta cercando di approfittarsi di noi, sopportare la frustrazione di non ricevere una risposta, distinguere popolarità e valore, comprendere che una fotografia inviata a qualcuno può finire ovunque, sapere quando una conversazione deve essere interrotta. 

E serve soprattutto una cosa che a dodici o tredici anni è ancora in costruzione: la capacità di governare se stessi. Il web è un ambiente smisurato rispetto all'esperienza di un ragazzino. Dentro ci sono cose bellissime e cose terribili. Ci sono persone che aiutano e persone che manipolano. Ci sono informazioni che educano e contenuti progettati per catturare attenzione, tempo e denaro. Lasciare un ragazzo solo davanti a tutto questo significa affidargli una responsabilità enorme.

Su questo tema bisogna evitare sia il panico sia la leggerezza. La ricerca scientifica sta ancora cercando di distinguere con precisione i diversi effetti dell'uso digitale: tempo trascorso online, tipo di contenuto, caratteristiche personali, modalità di utilizzo e design delle piattaforme producono effetti differenti. Una grande umbrella review del 2024, che ha analizzato 24 revisioni della letteratura, evidenzia proprio questa complessità e rileva comunque una piccola associazione negativa tra uso dei social e salute mentale degli adolescenti. (DOI)

Una meta-analisi pubblicata su JAMA Pediatrics nel 2024 ha esaminato 143 studi sull'associazione tra uso dei social media e sintomi internalizzanti negli adolescenti, trovando un'associazione positiva tra uso dei social e questi sintomi sia nei campioni clinici sia in quelli della popolazione generale. (JAMA Network)

La questione della scuola è ancora più evidente. I dati PISA 2022 dell'OCSE mostrano che circa uno studente su tre riferisce di distrarsi con dispositivi digitali nella maggior parte o in tutte le lezioni di matematica. Gli studenti che riportano questa distrazione frequente ottengono mediamente 15 punti in meno in matematica rispetto a quelli che dichiarano di distrarsi raramente o mai, anche tenendo conto del profilo socioeconomico. (OECD)

Sono dati che dovrebbero farci riflettere. Soprattutto perché spesso parliamo dello smartphone come se fosse semplicemente uno strumento. Ma uno strumento progettato per catturare continuamente la nostra attenzione ha bisogno di essere educato.

Su questo trovo particolarmente interessante il lavoro di Stefania Garassini, che da anni si occupa di educazione digitale. La sua riflessione parte da una parola che considero fondamentale: gradualità. I ragazzi devono entrare progressivamente nel mondo digitale, aumentando nel tempo autonomia e responsabilità. Il passaggio allo smartphone personale va accompagnato da regole familiari, confronto e consapevolezza.  Ed è qui che, secondo me, dovremmo cambiare prospettiva.

La domanda dei genitori spesso è: “Quando posso dargli il cellulare?” La domanda educativa dovrebbe diventare: “Quando mio figlio è sufficientemente pronto per iniziare a governarlo?”

Sono due domande molto diverse. La prima riguarda un oggetto, mentre la seconda riguarda una persona. Per questo, personalmente, considero la prima superiore una soglia ragionevole. Non perché a quattordici anni avvenga una trasformazione improvvisa. Non esiste una mattina in cui un ragazzo si sveglia adulto.

Esiste però un passaggio. Cambiano le scuole, aumentano gli spostamenti, si allargano le amicizie, cresce l'autonomia, aumentano le responsabilità. Anche il telefono può entrare dentro questo percorso. Può servire per organizzarsi, comunicare con i genitori, muoversi, coltivare amicizie, informarsi, studiare, creare. E proprio perché diventa uno strumento di autonomia, deve diventare anche uno strumento di responsabilità. A quel punto gli consegniamo le chiavi. Ma prima gli insegniamo a guidare. 

Qui sta, secondo me, il cuore della questione. Il cellulare va educato. Sembra quasi una frase strana, perché siamo abituati a pensare che ad essere educato debba essere il ragazzo. In realtà servono entrambe le cose. Dobbiamo educare il ragazzo e dobbiamo educarlo all'uso dello strumento. Come si fa? Cominciando dalle cose più concrete. Il telefono di notte rimane fuori dalla camera. Le notifiche possono essere ridotte. Ci sono momenti della giornata in cui il telefono non entra: la tavola, una conversazione, lo studio, la Messa, un'uscita con gli amici. I genitori devono sapere quali applicazioni utilizza un figlio e conoscere almeno le principali dinamiche dei social che frequenta. I controlli parentali possono essere utilizzati. Le password, almeno nei primi anni, possono rimanere conosciute dai genitori.

E soprattutto si parla. Si parla di pornografia. Si parla di cyberbullismo. Si parla di immagini. Si parla di sconosciuti. Si parla di truffe. Si parla di influencer. Si parla di algoritmi. Si parla di cosa succede quando un ragazzo sente di dover rispondere immediatamente a tutti. Si parla persino della noia. 

Perché un ragazzo deve imparare che esistono momenti in cui non succede nulla e che proprio in quei momenti può accadere qualcosa dentro di lui.

C'è un'immagine che mi sembra descrivere bene tutto questo. Il guard rail. Quando percorriamo una strada di montagna, il guard rail accompagna il nostro viaggio. Sta lì perché possiamo sbagliare. Se prendiamo male una curva, se perdiamo il controllo, se ci spostiamo troppo verso il bordo, quella barriera può impedirci di precipitare. Il guard rail non guida la macchina al posto nostro. Ci permette di guidare con maggiore sicurezza. Con i ragazzi dovrebbe funzionare allo stesso modo. Le regole sono guard rail. I filtri sono guard rail. I limiti di tempo sono guard rail. Il telefono fuori dalla camera è un guard rail. Il controllo dei genitori è un guard rail. La possibilità di chiedere aiuto è un guard rail. E un giorno, progressivamente, alcuni di questi guard rail potranno essere tolti. Perché lo scopo dell'educazione non è costruire una strada piena di barriere, ma accompagnare. Il bambino piccolo ha bisogno delle barriere del letto nei primi periodi...

Alla fine, il tema dello smartphone parla di una cosa molto più grande: la libertà. Noi genitori ed educatori diciamo continuamente di voler rendere autonomi i ragazzi. Ma l'autonomia ha un prezzo: la responsabilità. Un ragazzo diventa libero quando comincia a scegliere anche davanti a ciò che potrebbe scegliere. Quando riceve una notifica e decide di non aprirla. Quando tutti stanno insultando qualcuno in una chat e lui sceglie di non partecipare. Quando arriva un contenuto pornografico e sa chi chiamare. Quando capisce che un like non misura il suo valore. Quando riesce a mettere il telefono nello zaino e continuare a vivere quello che ha davanti. Quando sa stare con gli altri senza avere bisogno di documentare ogni momento. Quando sa stare da solo senza avere bisogno immediatamente di uno schermo. Questa è educazione digitale. E forse è anche educazione alla libertà. 

Tra qualche anno parleremo di intelligenza artificiale integrata negli smartphone, di realtà aumentata, di assistenti personali capaci di conoscere sempre meglio le nostre abitudini. Il problema, allora, diventerà ancora più grande, perché non potremo educare i ragazzi semplicemente togliendo loro gli strumenti, ma dovremo educarli a governarli. Per questo continuo a pensare alla Ferrari. Non possiamo consegnare a un ragazzo un motore potentissimo e poi sorprenderci se va veloce. Prima dobbiamo insegnargli la strada. Dobbiamo spiegargli i pericoli, accompagnarlo nelle prime curve e dobbiamo mettere qualche guard rail.

E poi, a un certo punto, dobbiamo avere il coraggio di lasciargli le chiavi. Educare un ragazzo al cellulare significa, in fondo, insegnargli una cosa molto più importante: a essere libero davanti a qualcosa che ha il potere di catturare la sua libertà.

C’è poi una cosa che vedo spesso nella mia esperienza con i ragazzi e che mi convince ancora di più della necessità di una gradualità. A quattordici o quindici anni c’è ancora una grande inconsapevolezza rispetto al modo in cui si usa uno smartphone. I ragazzi sono spesso molto abili a usarlo, ma questa abilità tecnica può facilmente farci confondere la capacità di utilizzare uno strumento con la capacità di governarlo.

Lo vedo quando parlo con loro del tempo trascorso sul telefono, delle notifiche, delle chat, dei social, dei video che continuano uno dopo l’altro. Spesso si rendono conto del problema soltanto quando provo a farglielo notare. Sanno usare tutto, ma fanno fatica a capire che cosa quel tutto sta facendo a loro. E forse qui c’è il punto più delicato: se uno smartphone entra troppo presto nella crescita di un ragazzo, anche l’abitudine a usarlo continuamente può diventare parte della sua normalità. Il telefono entra nelle pause, nei momenti di noia, prima di dormire, appena svegli, mentre si studia, mentre si è con gli amici. A quel punto chiedere di cambiare comportamento significa chiedere di modificare qualcosa che, nel frattempo, è diventato parte delle proprie abitudini e del proprio modo di stare al mondo. E tornare indietro è sempre molto più difficile che cominciare bene.

Per questo credo che la questione dell’età conti. Non perché a quattordici, quindici o sedici anni improvvisamente un ragazzo diventi capace di gestire tutto. La maturità cresce per gradi. Ma perché dobbiamo permettergli di arrivare a quello strumento con un po’ più di consapevolezza, dopo aver imparato che cosa significa avere tempo libero senza riempirlo subito, stare da soli senza cercare immediatamente uno schermo, ricevere un messaggio senza sentirsi obbligati a rispondere, annoiarsi senza considerare la noia un problema. Sono piccole libertà che sembrano quasi banali. In realtà sono allenamenti. E forse educare al cellulare comincia proprio molto prima di consegnare il cellulare.

Forse, alla fine, la domanda più importante non è nemmeno quando dare uno smartphone a un ragazzo. È che cosa vogliamo che impari mentre lo usa: arriverà il giorno in cui quel ragazzo avrà un telefono in tasca e noi non sapremo più che cosa sta guardando. Arriverà il momento in cui sarà da solo davanti a uno schermo, davanti a una tentazione, davanti a una persona che gli scrive, davanti a qualcosa che lo incuriosisce e che forse sarebbe meglio evitare. E in quel momento nessun filtro potrà sostituire il giudizio, nessuna password potrà sostituire la coscienza, nessuna regola potrà scegliere al posto suo.

Per questo educare al digitale significa, prima ancora, educare alla libertà; una libertà che cresce lentamente. Che ha bisogno di confini, di fiducia, di errori e di qualcuno che sappia ancora dire: «Questo, per adesso, no». Perché anche i limiti fanno parte dell’amore. Come un guard rail lungo una strada di montagna: non decide dove vuoi andare, non guida al posto tuo, ma resta lì quando una curva arriva troppo veloce.

Prima o poi quel guard rail finirà. E nostro figlio dovrà imparare a guidare anche senza di noi. Forse è proprio questo il senso di aspettare. Non tenere i ragazzi fuori dal mondo, ma prepararli ad abitarlo. Non consegnare loro semplicemente uno strumento, ma accompagnarli fino al punto in cui quello strumento smette di essere più grande di loro.

Perché un giorno gli daremo le chiavi di una macchina. Un giorno uscirà di casa da solo. Un giorno prenderà decisioni che non potremo controllare. E allora capiremo che il nostro compito non era proteggerlo per sempre. Era insegnargli a camminare senza di noi, anche nel mondo digitale davanti a uno schermo. Anche quando, dall’altra parte, nessuno lo sta guardando.


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