Quello dell’ultimo banco

Non ricordo neppure che cosa stessi spiegando. Ricordo invece lui. Cappuccio della felpa, sguardo basso, penna che girava tra le dita e quell’aria tipica di certi adolescenti che sembra dire al mondo: non mi interessa niente. Avevo già provato a richiamarlo un paio di volte. Niente. Alla terza avevo pensato quello che ogni insegnante, prima o poi, pensa: Non ha voglia. È una frase comoda. Ci permette di archiviare il problema e continuare la lezione.

Poi, qualche giorno dopo, parlando con una collega, venne fuori il suo nome. «Come va con te?» «Male. È completamente spento.» Lei mi guardò sorpresa. «Strano. Con me ultimamente parla molto. Secondo me c’è qualcosa.» Tre parole. Non una diagnosi. Non una giustificazione. Neppure una soluzione. Soltanto una crepa nel mio giudizio. E a volte, per educare, basta una crepa. Perché attraverso le crepe entra la possibilità che le cose siano diverse da come le avevamo immaginate.Il giorno dopo entrai nella stessa classe.Stessi banchi, stessi ragazzi, stesso rumore. Anche lui era nello stesso posto. Ma non era più lo stesso. O forse ero io a non esserlo perché finalmente avevo smesso di vedere quello che non ha voglia e avevo ricominciato a vedere un ragazzo.

Da quando insegno mi accompagna una domanda: quante cose accadono davanti ai nostri occhi senza che riusciamo a vederle? Noi professori vediamo moltissimo. Vediamo chi studia e chi no. Chi arriva in ritardo. Chi copia. Chi partecipa. Chi disturba. Chi potrebbe dare di più. Chi ha dimenticato per la quarta volta il materiale. 
Abbiamo registri pieni di informazioni. Eppure, qualche volta, sappiamo pochissimo. Non sappiamo perché quella ragazza che prendeva otto improvvisamente prende cinque. Non sappiamo perché quello che faceva ridere tutti adesso se ne sta zitto. Non sappiamo quanto sia costato a un ragazzo alzare la mano e dire una cosa che a noi è sembrata banale. Non sappiamo cosa sia successo prima che varcasse la porta dell’aula. Vediamo il gesto. Quasi mai vediamo la battaglia che lo precede.
Ed educare, forse, significa imparare ad avere rispetto per quella parte invisibile.

Quel breve dialogo con una collega mi ha insegnato qualcosa che negli anni ho ritrovato molte volte.
Da soli vediamo male. Non perché siamo cattivi insegnanti. Perché siamo umani. Abbiamo simpatie, stanchezze, intuizioni, pregiudizi. Ci sono ragazzi con cui entriamo immediatamente in sintonia e altri che ci irritano senza che sappiamo neppure spiegare bene perché. E soprattutto vediamo ciascuno studente per poche ore, dentro una materia, in un determinato momento della giornata.

Poi arriva un collega e ci racconta un altro ragazzo. Stesso nome. Stesso volto. Un’altra storia. È uno dei motivi per cui amo il lavoro educativo quando diventa veramente un lavoro di squadra. Non quando significa semplicemente riunioni, verbali, mail, circolari e persone messe in copia. Ma quando significa prestarsi gli occhi. «Io ho visto questo.». «Con me invece succede quest’altro.». «Hai provato a parlargli?». «Guarda che secondo me sta facendo molta più fatica di quanto sembri.». «Aspetta a giudicarlo.» 

Sono frasi minuscole. Ma la vita di una scuola passa anche da lì. Da adulti che parlano dei ragazzi non per etichettarli meglio, ma per capirli di più.

A scuola le etichette nascono con una velocità impressionante.

Il bravo. Il difficile. Il fragile. Lo svogliato. Quello intelligente che non si applica. Quello che vuole sempre attirare l’attenzione. Sembrano descrizioni e alcune volte diventano condanne. È spesso così; accade che quando troviamo una parola per definire qualcuno, smettiamo lentamente di farci domande su di lui. Invece un ragazzo di sedici anni dovrebbe avere almeno un diritto fondamentale: il diritto di sorprenderci, il diritto di non essere a maggio quello che era a settembre. Di sbagliare senza diventare il proprio errore. Di attraversare un periodo brutto senza essere identificato con quel periodo. Di ricominciare.

La scuola dovrebbe essere uno dei luoghi nei quali questo diritto viene custodito più gelosamente. Perché educare significa esattamente il contrario di mettere un punto. Significa continuare ostinatamente a mettere virgole. Non significa essere buoni

Qualcuno potrebbe pensare che questo modo di guardare significhi giustificare tutto, ma credo sia vero il contrario. Se vedo veramente un ragazzo, posso chiedergli molto. Posso dirgli che quella cosa non va bene. Posso mettergli un’insufficienza, pretendere puntualità, rispetto, studio. Posso anche arrabbiarmi. Perché l’educazione è accompagnare dentro la fatica perché scoprano di poter diventare più grandi senza facilitargli il cammino. Ma c’è una differenza enorme tra correggere una persona e definirla. «Hai fatto una cosa stupida» non è «sei stupido». «Oggi non hai studiato» non è «sei uno che non studia». «Mi hai deluso» non è «sei una delusione».

Le parole degli adulti pesano. A volte molto più di quanto immaginiamo. Ci sono frasi pronunciate distrattamente in un corridoio che un insegnante dimentica dopo cinque minuti e che un ragazzo si porta dietro per anni. E allora dovremmo imparare a usare le parole come si usano le cose fragili. Con cura.

Qualche volta apro il registro prima di entrare in classe.

Una fila ordinata di cognomi. Accanto, numeri, ssenze, Ritardi, voti, note. Tutto necessario, ma ogni tanto penso che il registro sappia quasi tutto dello studente e niente del ragazzo. Non sa che uno ha paura di deludere suo padre. Non sa che un altro ha bisogno disperatamente di sentirsi bravo in qualcosa. Non sa che quello che disturba continuamente forse ha scoperto che è meglio essere rimproverato che essere ignorato. Non sa che dietro un quattro può esserci indifferenza, certo, ma anche tre ore di studio finite male.

Il registro registra. L’educatore guarda. Ed è per questo che l’educazione personalizzata non può essere soltanto un metodo. È prima di tutto uno sguardo. È entrare in una classe e sapere che non abbiamo davanti venticinque destinatari della stessa lezione. Abbiamo venticinque nomi: ventacinque storie., ventacinque modi diversi di avere paura e ventacinque modi diversi di desiderare di essere felici.

Per questo penso che una buona scuola si riconosca anche da come gli adulti parlano tra loro. Dalla libertà con cui un insegnante può dire a un collega: «Forse ho sbagliato con lui». È uno dei gesti più professionali che possiamo compiere. Perché nessuno di noi possiede lo sguardo definitivo su una persona. Abbiamo bisogno dei colleghi. Dei coordinatori. Delle famiglie. Di chi incontra quel ragazzo in un altro contesto. Abbiamo bisogno persino dello sguardo del ragazzo stesso. Fare rete significa questo: mettere insieme frammenti perché nessun frammento venga scambiato per la persona intera. E...chissà, è proprio qui che una scuola smette di essere semplicemente un edificio nel quale si trasmettono conoscenze e diventa una comunità educativa.

Ogni tanto mi chiedo che cosa ricorderanno di noi. Tra dieci o vent’anni difficilmente qualcuno fermerà un vecchio professore per strada dicendogli: «Professore, non ho mai dimenticato quella magnifica verifica del secondo quadrimestre». Forse ricorderanno altro. Un’interrogazione andata male e quel «riproviamo» detto alla fine. Una battuta. Una porta rimasta aperta. Un professore che un giorno si è accorto che qualcosa non andava. Un adulto che non ha creduto alle voci prima di incontrarli davvero. Qualcuno che, mentre tutti vedevano il problema, ha continuato a vedere la persona.

Forse è questo che resta. Quel ragazzo dell’ultimo banco, quel giorno, non aveva fatto nulla di straordinario. Non era cambiato improvvisamente. Non aveva cominciato a seguire con entusiasmo. Era ancora lì, con il suo cappuccio e la penna tra le dita. Eppure era cambiato tutto. Perché qualcuno mi aveva prestato i suoi occhi. E io avevo scoperto che vedere non significa avere qualcuno davanti. Vedere significa lasciare sempre aperta la possibilità di non averlo ancora capito. Forse educare comincia proprio così.

Quando, davanti a un ragazzo che pensavamo di conoscere, troviamo ancora il coraggio di domandarci: «E se ci fosse qualcosa che non ho ancora visto?»

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