Le ferite del mondo e una scelta: dire sempre di si

Ugoboldo, nella sua vita, ne ha viste tante, forse molte più di quante avrebbe immaginato quando era giovane e pensava che, tutto sommato, le cose avessero una loro logica e che le persone, se si fossero volute bene abbastanza, avrebbero trovato prima o poi il modo di capirsi, perché a una certa età si guarda ancora alla vita con una fiducia istintiva, quasi inconsapevole, e si immagina che le famiglie rimangano unite, che i genitori sappiano sempre come accompagnare i propri figli, che chi ama custodisca ciò che ama e che le persone, crescendo, imparino naturalmente a diventare più buone.

Poi Ugoboldo ha cominciato a vivere davvero e ha scoperto che vivere significa soprattutto entrare nelle storie degli altri, ascoltarle, lasciarsi raggiungere da esse e qualche volta portarsele dentro per molto tempo, anche quando si torna a casa e la porta si chiude alle proprie spalle.

Ha visto famiglie bellissime e famiglie che lentamente si sono sgretolate, ha visto matrimoni consumarsi attraverso silenzi diventati troppo lunghi e parole diventate troppo pesanti, ha visto genitori cercare disperatamente una strada per i propri figli e figli allontanarsi fino a perdersi dentro strade di dispersione, solitudine e dipendenza, e ha incontrato ragazzi che portavano sulle spalle un dolore enorme per la loro età, ragazzi che hanno attraversato momenti nei quali la vita sembrava perdere ogni significato, ragazzi cresciuti senza una famiglia capace di essere casa, ragazzi con un padre o una madre lontani, qualcuno persino dietro le sbarre di un carcere, e altre storie ancora che Ugoboldo, quando era più giovane, avrebbe probabilmente creduto appartenessero soltanto ai giornali o ai racconti degli altri.

Le ha incontrate davvero, invece, e quando incontri certe storie diventa difficile tornare a guardare il mondo con gli stessi occhi di prima, perché alcune persone ti consegnano una parte della loro vita con una fiducia che quasi spaventa e ti rendi conto che dietro una porta, dietro un volto apparentemente sereno, dietro un ragazzo che scherza con gli amici o una famiglia che attraversa una piazza, possono esserci fatiche immense che nessuno vede.

E poi ci sono dolori davanti ai quali Ugoboldo ha imparato quanto sia difficile, e insieme quanto sia importante, semplicemente esserci. Stare davanti a un genitore che ha perso in modo innaturale un figlio significa entrare in uno spazio nel quale le parole sembrano improvvisamente troppo piccole e ogni tentativo di spiegare rischia di ferire ancora di più; significa imparare che, certe volte, accompagnare una persona vuol dire soprattutto non fuggire davanti alla sua sofferenza, rimanere accanto anche quando non si sa cosa dire, condividere un silenzio che pesa e custodire una presenza che forse non può togliere il dolore, ma può impedire che quel dolore venga vissuto nella solitudine.

Ha conosciuto fratelli che a un certo punto hanno smesso di parlarsi, famiglie nelle quali un genitore è diventato estraneo proprio alle persone che avrebbe voluto sentirsi più vicine, persone che hanno visto restringersi fino quasi a scomparire il proprio posto dentro una famiglia, e Ugoboldo ha capito che anche qui esserci richiede una certa umiltà: non pretendere di avere la soluzione, non giudicare troppo in fretta, non cercare di riempire ogni silenzio, ma rimanere abbastanza a lungo da permettere all'altro di sentirsi ancora visto, ascoltato e riconosciuto nella propria dignità.

Forse è una delle forme più difficili dell'amore: stare davanti a una ferita che non possiamo guarire, senza voltare lo sguardo e senza pensare che la nostra presenza sia inutile. Perché ci sono momenti nei quali non possiamo cambiare ciò che è accaduto, ma possiamo ancora scegliere come stare accanto a chi lo sta attraversando. E Ugoboldo, negli anni, ha imparato che anche questa è una forma profondissima di vicinanza alle persone, nella verità e per la verità: esserci quando la vita diventa incomprensibile, custodire l'altro quando non riesce più a custodire se stesso e continuare a credere che, anche dentro una storia ferita, la persona conservi una dignità che nessun dolore può cancellare.

Ugoboldo ha incontrato anche persone grandi, adulte, intelligenti, capaci di usare le parole e le relazioni con una precisione che qualche volta fa male, persone capaci di manipolare, di dividere, di mettere in crisi proprio coloro che avrebbero dovuto custodire, persone che arrivano a costruire attorno agli altri una rete di sospetti e di paure pur di mantenere il controllo, e ha visto tradimenti che hanno lasciato ferite profonde, amicizie spezzate dopo anni, promesse dimenticate e rapporti nei quali l'amore è stato lentamente sostituito dal possesso.

Tutto questo Ugoboldo lo ha visto, e forse proprio per questo oggi guarda le persone con maggiore cautela e insieme con maggiore misericordia, perché sa quanto sia complesso il cuore umano e quanto facilmente una persona possa smarrirsi, ferire, farsi ferire, cercare amore nel posto sbagliato oppure difendersi talmente tanto dal dolore da finire per costruire attorno a sé una solitudine che nessuno aveva desiderato.

Eppure, dentro tutto questo, Ugoboldo ha visto anche qualcosa che gli ha impedito di diventare cinico. Ha visto il bene. Lo ha visto arrivare spesso senza annunci, quasi di nascosto, attraverso persone che continuavano semplicemente a fare ciò che ritenevano giusto, attraverso genitori che rimanevano accanto ai propri figli anche quando non sapevano più quale strada prendere, attraverso amici capaci di restare quando sarebbe stato più facile allontanarsi, attraverso ragazzi che dopo aver attraversato periodi molto bui hanno trovato la forza di ricominciare, attraverso persone che hanno chiesto perdono, che hanno imparato a perdonare, che hanno ricominciato a pregare dopo anni, che hanno trovato una direzione nuova e hanno avuto il coraggio di seguirla.

Ha visto conversioni, e questa parola gli è sempre piaciuta, perché viene dal latino convertere, che significa volgere, rivolgere, cambiare direzione, e dentro questa parola Ugoboldo sente tutta la concretezza di una persona che a un certo punto si ferma lungo la strada, guarda dove sta andando, riconosce che quella direzione la sta portando lontano da ciò che desidera davvero e trova il coraggio di voltarsi, di riprendere il cammino e di affidarsi a una strada nuova.

Alcune conversioni che Ugoboldo ha incontrato sono state visibili, altre sono accadute nel silenzio di una stanza, dentro una coscienza, durante una notte, in una confessione, in una decisione presa senza testimoni, e forse proprio quelle gli sono rimaste più impresse, perché ha scoperto che il bene possiede una forza particolare quando non ha bisogno di essere mostrato, quando cresce lentamente, quando una persona sceglie di vivere diversamente senza preoccuparsi troppo di chi se ne accorgerà.

Il bene, Ugoboldo, lo ha imparato osservando Cristo, ha una sua grammatica silenziosa, una forza che passa attraverso gesti piccoli e fedeltà quotidiane, attraverso il tempo donato, il perdono, la pazienza, la cura, la capacità di rimanere accanto a qualcuno quando sarebbe più semplice voltarsi dall'altra parte, e forse la cosa più sorprendente è proprio questa: mentre il male spesso cerca spazio, attenzione e rumore, il bene può continuare a lavorare nel silenzio per anni, come un seme che nessuno vede crescere sotto la terra.

Cristo stesso ha attraversato il mondo così, e Ugoboldo ci pensa spesso, soprattutto quando guarda le cose che accadono attorno a sé, perché il Vangelo gli mostra un Dio che entra nella storia senza clamore, che vive per anni dentro una quotidianità nascosta, che ama, serve, perdona, soffre e consegna la propria vita, lasciando che il bene compia il suo lavoro anche quando sembra sconfitto.

Forse è proprio questo che Ugoboldo ha imparato negli anni: il male può ferire profondamente, può entrare nelle famiglie, nelle amicizie, nelle relazioni, nelle coscienze e persino nei luoghi che dovrebbero custodire la vita, e tuttavia ogni volta che Ugoboldo pensa di aver visto abbastanza male da perdere la speranza, incontra qualcuno che gli ricorda che il bene continua a esistere e che spesso è molto più grande di quanto riesca a vedere.

Perché il bene vive nelle persone che, nel silenzio, si giocano la vita per qualcosa che vale, in chi sceglie una vocazione e vi rimane fedele, in chi decide di dedicarsi agli altri, in chi rinuncia a una parte di sé per costruire qualcosa che durerà più della propria esistenza, in chi accetta di spendere anni senza ricevere applausi, in chi educa, accompagna, ascolta, cura, prega e ama sapendo che forse nessuno racconterà mai ciò che ha fatto.

Ugoboldo queste persone le guarda con una gratitudine profonda, perché alcune di loro hanno scelto ideali grandi e ci hanno giocato sopra la propria vita, costruendo lentamente qualcosa che il mondo spesso non vede, e proprio guardandole Ugoboldo comprende quanto sia prezioso poter vivere per qualcosa che supera il proprio interesse, qualcosa per cui valga la pena spendersi interamente.

Forse è anche per questo che, dopo tutte le storie che ha incontrato, Ugoboldo sente il cuore pieno. Pieno delle gioie che ha ricevuto e dei dolori che ha attraversato, pieno delle persone che lo hanno amato e di quelle che lo hanno ferito, pieno delle amicizie che hanno resistito al tempo, delle delusioni che gli hanno insegnato il realismo, delle paure che gli hanno insegnato il coraggio e delle esperienze che lo hanno costretto a guardare la vita per quella che è, nella sua bellezza e nella sua durezza.

La gioia gli ha insegnato la gratitudine, il dolore gli ha dato profondità, le delusioni gli hanno insegnato a riconoscere ciò che conta davvero e gli incontri gli hanno dato una forza che Ugoboldo non avrebbe potuto trovare da solo, perché la vita prende pienezza proprio quando viene attraversata nella sua interezza, quando si lascia entrare dentro di sé anche ciò che fa male e lo si trasforma lentamente in consapevolezza, in realismo, in capacità di amare.

E forse è proprio qui che Ugoboldo riconosce oggi la sua strada, quella che negli anni ha preso forma quasi senza che se ne accorgesse: stare vicino alle persone, nella verità e per la verità, entrando nelle loro storie con affetto, ascoltando senza paura ciò che viene consegnato, cercando insieme una luce quando tutto sembra confuso, accompagnando senza sostituirsi, volendo davvero il bene dell'altro anche quando questo significa dire una parola scomoda, indicare una strada diversa, chiedere un cambiamento o semplicemente avere la pazienza di aspettare che una persona trovi da sola il coraggio di voltarsi.

Ugoboldo ha capito che amare una persona significa anche desiderare per lei la verità, perché una vicinanza che avesse paura della verità finirebbe per diventare complicità, mentre la verità cercata dentro una relazione di bene può diventare una forma altissima di libertà, quella libertà che permette a una persona di guardarsi dentro, riconoscere ciò che sta vivendo e scegliere nuovamente la direzione della propria vita.

Per questo Ugoboldo vuole esserci, vuole stare dentro le storie degli uomini, vuole continuare ad ascoltare, accompagnare, educare, correggere quando serve, incoraggiare quando manca la forza e gioire quando qualcuno finalmente ritrova la strada, perché sente che la sua vita ha trovato una forma proprio lì, nella vicinanza alle persone e nella ricerca della verità insieme a loro.

Per questo Ugoboldo non conosce le campane di vetro e forse non le ha mai desiderate davvero, perché la sua vita gli piace immersa nel mondo, tra persone diverse, storie diverse, ambienti diversi, tra le contraddizioni e le meraviglie dell'esistenza, dove ogni giorno può incontrare qualcuno che lo sorprende e dove anche una storia dolorosa può diventare l'occasione per imparare qualcosa sulla dignità, sulla libertà, sulla fragilità e sulla grandezza dell'uomo.

E quando pensa a tutto questo, Ugoboldo si accorge che c'è una cosa che oggi sente con particolare chiarezza: alla fine della vita saremo giudicati sull'amore, e allora molte delle cose per cui ci siamo affannati sembreranno improvvisamente piccole, mentre acquisteranno un peso enorme quei gesti compiuti nel silenzio, quelle persone che abbiamo accompagnato, quei perdoni che abbiamo concesso, quelle fedeltà custodite quando nessuno ci guardava, quelle volte in cui abbiamo scelto il bene sapendo che nessuno ci avrebbe applaudito.

Ugoboldo pensa che forse sarà proprio lì che si comprenderà la vera forza del bene, quando tutto ciò che ha fatto rumore avrà smesso di farne e rimarrà soltanto ciò che abbiamo saputo amare, ciò che abbiamo saputo donare, ciò che abbiamo costruito nella vita degli altri.

Allora Ugoboldo riprende a camminare, come fa spesso, con i suoi lunghi piedi che attraversano lentamente la città, guardando le finestre illuminate, le persone che tornano a casa, qualcuno che corre, qualcuno che aspetta, qualcuno che forse sta vivendo proprio in quel momento una delle giornate più difficili della propria vita e qualcun altro che sta finalmente ritrovando la strada, e sente dentro di sé una gratitudine profonda per tutto quello che gli è stato dato da vivere.

Ha visto tanto. Ha visto cose che non avrebbe mai immaginato. Ha conosciuto il dolore abbastanza da sapere quanto sia serio, ma ha conosciuto anche il bene abbastanza da sapere che vale la pena continuare a sceglierlo.

E mentre cammina pensa che, se qualcuno gli chiedesse cosa vorrebbe cambiare della propria vita, forse rimarrebbe per un momento in silenzio, come quando si cerca una risposta che non abbia bisogno di molte parole. Poi guarderebbe ancora la strada davanti a sé, e direbbe soltanto che, con tutto quello che ha visto, con le gioie e con le ferite, con le persone incontrate e quelle perdute, con le storie che gli hanno fatto paura e quelle che gli hanno restituito la speranza, con tutto il dolore e tutto il bene che hanno riempito questi anni, non cambierebbe la sua vita per nessuna ragione al mondo.

In cambio di nulla.

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