Le colpe dell’altro, le ferite del sé

 In un articolo precedente scrivevo chi attacca, chi calunnia un parente, chi semina discordia nella famiglia, non segue Cristo ma se stesso. 

Da qui vorrei ripartire per sviluppare il concetto che negli studi di psicologia che ho fatto, è uno dei fenomeni che più mi ha colpito per profondità clinica e verità umana e...per esperienza recente: quello della proiezione psicologica, descritto come uno dei più importanti meccanismi di difesa dell’io. In concreto si tratta di un meccanismo di difesa inconscio in cui un individuo attribuisce ad altri (persone, oggetti) i propri pensieri, sentimenti, impulsi o tratti inaccettabili. Serve a ridurre l'ansia interna spostando un conflitto su un bersaglio esterno, ma può alterare la percezione della realtà.

La letteratura classica lo definisce come il processo, perlopiù inconscio, attraverso cui emozioni, impulsi, fragilità, desideri, vergogne, aggressività, colpa...vengono attribuiti all’esterno, incarnati da un’altra persona.

In termini semplici, la psiche compie un gesto antico e potentissimo: sposta fuori ciò che dentro farebbe troppo male riconoscere.
Non è menzogna consapevole. È, piuttosto, una forma di sopravvivenza interiore.
L’essere umano, quando incontra qualcosa di sé che incrina l’immagine che ha costruito della propria identità, tende a difendersi. E una delle difese più eleganti e insieme più insidiose consiste proprio nel vedere nell’altro ciò che ancora non riesce a nominare in se stesso.
Come scrive Anna Freud nel testo fondamentale The Ego and the Mechanisms of Defence (1936), la proiezione è uno degli automatismi con cui l’Io tenta di ridurre l’angoscia psichica.

La proiezione nasce nel punto esatto in cui il mondo interno entra in conflitto con l’immagine di sé.
Ogni persona costruisce nel tempo una rappresentazione interna di chi pensa di essere: buono o cattivo,
forte o fragile, degno o indegno, amabile o rifiutabile.
Quando emerge un vissuto incompatibile con questa immagine; per esempio rabbia verso qualcuno che si ama, invidia verso chi si stima, desiderio di controllo, ostilità, vergogna, la mente può vivere una frattura.
Riconoscere quel contenuto significherebbe dire: questa parte esiste in me. E non sempre siamo pronti.
Allora la psiche sceglie una via meno dolorosa:
trasforma l’esperienza interna in percezione esterna. Non sento più “sono arrabbiato”.
Sento “l’altro è aggressivo”. Non vivo “mi sento in colpa”. Vedo “l’altro vuole colpevolizzarmi”. 
In questa trasformazione c’è il cuore stesso del fenomeno.
Secondo la tradizione psicodinamica, questo meccanismo compare già nello sviluppo infantile e adolescenziale, quando la coscienza morale si struttura e il bambino inizia a distinguere tra ciò che sente come accettabile e ciò che teme possa compromettere l’amore ricevuto (Projection as a Defense Mechanism).

La proiezione, in sé, non è patologica. Tutti, diciamocelo chiaro, in alcuni momenti di stress, la utilizziamo. È una difesa normale della mente. Diventa problematica quando da risposta temporanea si trasforma in modalità stabile di lettura della realtà.
Qui il fenomeno evolve in tre fasi.

1) Fase difensiva
La persona protegge il proprio equilibrio emotivo scaricando fuori un contenuto intollerabile.
È una difesa rapida, spesso invisibile anche a chi la mette in atto.

2) Fase confermativa
Una volta attribuito all’altro quel tratto, la mente inizia a cercare prove che confermino la propria percezione. Ogni dettaglio diventa “evidenza”.
È il momento in cui la realtà viene letta selettivamente.

3) Fase identitaria-relazionale
Se il meccanismo si ripete, la proiezione non difende più solo dall’angoscia:
comincia a organizzare le relazioni. L’altro viene rigidamente collocato in un ruolo:il colpevole, il manipolatore, il freddo, il narcisista, il giudicante, il fragile.
A quel punto non si incontra più la persona reale, ma la propria costruzione interna.

La radice più profonda della proiezione non è quasi mai la cattiveria. Più spesso è la vergogna.
La vergogna è un’esperienza psichica radicale: non dice “ho fatto qualcosa di sbagliato”, ma “c’è qualcosa di sbagliato in me”. Quando un contenuto interno tocca questo nucleo, la psiche prova a espellerlo.
In un certo senso la proiezione è un gesto di espulsione emotiva: come se la mente dicesse: se questa parte sta nell’altro, io posso restare integro.
Eppure il prezzo è alto:
si perde contatto con la propria verità. Per questo il fenomeno, se protratto, genera conflitti ripetitivi, incomprensioni, rotture affettive e la dolorosa sensazione di vivere sempre “circondati da persone sbagliate”. A volte non sono le persone a essere sbagliate.
È il nostro dolore a prestare loro il proprio volto.

C’è una forma della proiezione ancora più dolorosa di quella individuale: quella che si diffonde in un gruppo di amici, in una compagnia, in una rete affettiva condivisa. Qui il fenomeno smette di essere soltanto un meccanismo difensivo del singolo e diventa una sorta di corrente emotiva collettiva, capace di trascinare percezioni, simpatie, antipatie e giudizi fino a deformare la realtà. È forse una delle esperienze più antipatiche e, insieme, più psicologicamente insidiose.
Perché quando una persona proietta su un’altra un tratto, una colpa o un ruolo negativo, e quel racconto viene assorbito dal gruppo senza verifica, si crea una spirale. L’immagine proiettata comincia a vivere di vita propria. Non importa più chi sia davvero quella persona.
Conta il personaggio che ormai il gruppo ha iniziato a riconoscere.

Così l’altro diventa:quello problematico quello ambiguo, quello freddo, quello aggressivo, quello egoista, quello da tenere a distanza.

Il punto più terribile è che spesso nessuno sa più distinguere il fatto dal racconto.
La proiezione iniziale genera alleanze, sguardi selettivi, conferme reciproche, piccoli episodi reinterpretati sempre nella stessa direzione. Ogni gesto neutro viene letto come prova ulteriore.

Nasce così un vortice relazionale autosufficiente. Più il gruppo ne parla, più quel ruolo si irrigidisce.
Più si irrigidisce, più ogni nuovo evento sembra confermarlo.
A quel punto non si è più davanti alla verità di una persona, ma a una narrazione condivisa che si autoalimenta. Ed è proprio questo il rischio più grave delle dinamiche gruppali:
la psiche individuale trova nel gruppo il suo amplificatore.
Quello che era nato come difesa personale si trasforma in una forma di consenso implicito, quasi in una verità sociale.

Da questi vortici si esce con difficoltà, perché il gruppo tende naturalmente a proteggere la narrazione dominante. Eppure esiste una via semplice, antica, profondamente umana, potremmo dire persino normale e cristiana nel senso più alto del termine. È il gesto del confrontarsi con l’altra campana.
Ascoltare anche la voce dell’assente. Cercare la versione di chi è stato raccontato ma non ascoltato. Restituire dignità al principio di realtà.
Non è solo prudenza morale: è un atto di igiene psicologica. Ogni volta che in un gruppo manca il coraggio di sentire anche l’altro lato della storia, la proiezione rischia di diventare verità condivisa, e così poi la verità condivisa diventa ingiustizia.
Per questo la maturità relazionale di un gruppo non si misura dall’intensità con cui si compatta, ma dalla capacità di sospendere il giudizio fino a quando tutte le voci non abbiano trovato spazio.

In fondo, anche nei legami amicali vale una forma di etica essenziale: nessuno dovrebbe essere definito dal racconto di chi lo guarda ferito.



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